Società

#boycottdolcegabbana: io dico no

Ok la famiglia, ma al lavoro nessuno ci pensa? Boicottare un marchio non è cosa da prendere troppo alla leggera

CALCIO: CHAMPIONS LEAGUE; MILAN-BARCELLONA

Raffaello Tonon

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Dopo le dichiarazioni di Dolce & Gabbana a Panorama si è furiosamente parlato di sacralità della famiglia, dei figli e dei diritti di eterosessuali e omosessuali ma non una parola sulla sacralità del lavoro soprattutto in questo delicato momento storico.

Criticarli e schiaffeggiarli a a colpi di hashtag è legittimo, proporre di boicottare il marchio è una cosa su cui bisognerebbe riflettere bene prima.

Il baronetto John, la tennista Martina, la vedova Courtney, Victoria Beckham e altri della compagnia di giro possono non capire la gravità della parola boicottaggio? Non sanno quanto costa un chilo di pane ed è legittimo, la ricchezza onesta è un plus e non una vergogna, ma un pizzico di buon senso in più non guasterebbe.

Mi chiedo: come è possibile difendere la famiglia e infischiarsene delle 4 mila persone che sono a libro paga dei due stilisti?

Nel settembre 2013, Guido Barilla ha avuto lo stesso problema dopo dichiarazioni ritenute politically incorrect sui gay con relativa minaccia di fare affondare il colosso con lo sciopero dell'acquisto, vergognoso.

Anche i capitani d'industria pensano o devono solo pensare al loro prodotto? L'idea della vedova Courtney di bruciare i suoi abiti D&G ricorda i metodi Talebani: polverizzare bandiere, libri e tutto ciò che possa dare segnali forti e fanatici.

Così si potrebbe pensare che tutto il mondo è Paese. Spero di no

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