Se il feuilleton viaggia con ”Pechino Express"

I personaggi della trasmissione di Rai 2 si muovono come figure dell’Ottocento. Fra nobiltà (vera o presunta) e sentimenti primordiali

Credits: Ansa

Stefania Vitulli

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Non ti credo. Ti credo, ma non capisco quello che dici. Ti capisco, ma non sei credibile. Fare un patto con un telespettatore ormai non è cosa semplice. Ma quando il telespettatore ti capisce e ti crede, non solo ti sceglie e ti segue, ma ti ama. Ecco perché la seconda edizione di Pechino Express, il reality road show di Rai 2 che si fa con 8 mila chilometri da percorrere senza mezzi propri, inizialmente otto coppie vip e nip (non famosi) e 1 euro al giorno (ma, se si è capaci, si può scroccare), e che là dove c’era Emanuele Filiberto fa svettare Costantino della Gherardesca, è un’edizione amata, oltre che seguita (quasi 8 per cento di share, quasi 2 milioni di telespettatori, un terzo del Commissario Montalbano: non è il botto, ma non è un flop e oggi per un reality, genere in declino, è un buon risultato). La novità stavolta è che non solo la gente lo guarda, ci twitta, ne discute. Ma nel fatto che chi lo guarda, ci twitta e ne discute non si vergogna di ammettere che lo fa.

Si tratta pur sempre di un reality, una di quelle mostruosità che secondo alcuni sono causa dell’arretratezza intellettuale del Paese. E invece stavolta al dibattito si partecipa volentieri, perché, complice un conduttore ex concorrente che in un percorso di raro cinismo intellettuale ha camuffato da vezzo trash una puzza sotto il naso più blu del suo sangue, anche il dibattito è stato «nobilitato». Vade retro botulini strabordanti e pelli flaccide sotto minicostumi, docce cafonal con mezza chiappa fuori per abbordare un decimo di share e 30 secondi su Youtube, interminabili cene con stuzzicadenti in cui si decide sul letto di chi si salterà mezz’ora dopo. I concorrenti di Pechino Express sono veri personaggi ottocenteschi, bigini di feuilleton che si ripropongono insieme al rigurgito di nostalgia. La Marchesa, il Maggiordomo, la Strega cattiva (che ha persino l’accento francese e sotto il maglione ha il corpo dell’Histoire d’O, come nei migliori dei feuilleton erotici), le Bellissime fanciulle e i Bellissimi cacciatori (di fanciulle? Sembra di no, sembrano puri e buoni, sono persino padre e figlio): le dinamiche narrative più consolidate sono pronte a mettersi in moto a ogni puntata, i sentimenti primordiali e letterari (quelli mutuati dalla vita reale, non geneticamente modificati dal silicone tv), invidia, lotta di classe, tenerezza, sottomissione, noia, allegria, riappaiono, proprio quando credevamo di averli perduti per sempre a vantaggio di esperimenti relazionali condotti su topolini da laboratorio ingabbiati su un’isola domestica o in una casa isolata. Rieccoli, invece, purificati e tersi, dal sentimento supremo che ha guidato le penne di scrittori e sceneggiatori e i desideri del pubblico finché gli psicologi e i sociologi non ci hanno messo lo zampino: lo spirito d’avventura.

Lanciati sulla strada ma con il vincolo di rimanere se stessi, i protagonisti di Pechino Express fanno rivivere Alexandre Dumas, Honoré de Balzac, Theophile Gautier, Emilio Salgari, Robert Stevenson e anche un po’ Carlo Collodi. Sicché i radical chic si sentono pacificati perché le liti fra Angelo Costabile e Corinne Cléry hanno finalmente un codice sociopolitico: "corpo dell’uomo" contro "corpo delle donne" (che sarebbe successo se lui avesse detto a lei: "Ti mollo uno sganassone?"), peculiarità dell’amore senile femminile (era ora?), slave boy o toy boy. E i borghesi vedono riqualificato il loro patto con il piccolo schermo: non solo «mi farai divertire», ma «non mi fregherai». Ovvero Corinne è Corinne la diva, isterica dominatrix come lo furono e dovrebbero esserlo le dive; gli Olimpionici si comportano da sportivi; la Marchesa schiavizza il maggiordomo: non è stereotipo, è coerenza, finalmente, alla faccia del politically correct.

A corroborare l’accento aristocratico e master/slave, Costantino riesce come intellettuale là dove l’intellettuale Aldo Busi fallì: maltratta tutti ma nessuno se ne ha a male, è il vero dominatore perché sfrutta tutti i vantaggi della sua posizione (in differita può anche commentare le prodezze dei concorrenti) e sfodera una superiorità caustica e mai acida, ferrea e mai arrogante, che lascia soddisfatti i buoni e i cattivi in egual misura.

Ultimo, ma non meno importante, l’ingrediente chiave del feuilleton: la gente. Sono le masse a fare lo show, i fondali a rendere il kolossal: l’Oriente di Pechino Express, i sorrisi dagli occhi a mandorla, resuscitano l’italiano esploratore. E fanno di ogni coppia di concorrenti un irresistibile cameo.

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