Società

Piero Lissoni: "Il divano è come una piazza dentro la casa"

Il grande designer scrive a Panorama cosa rappresenta per lui il luogo dove ci accomodiamo tutti i giorni

Piero Lissoni

di Piero Lissoni 

È una specie di repetita iuvant: ogni volta che mi propongono di disegnare un oggetto su cui sedersi penso: «Accidenti, questa volta non lo devo sbagliare». E, invece, va a finire che qualcosa la sbaglio lo stesso. E così, sbaglia oggi e sbaglia domani, sono passati trent’anni. Amo progettare in orizzontale. E questo significa, banalizzando, che disegno cose sempre piatte e larghe. E basse. Scomode. Con le proporzioni un po’ sballate. Il primo divano che progettai fu nel 1989, per Living Divani, allora c’era un gran vezzo della memoria. Tuttavia, poiché venivo da una formazione razionalista, ripulii tutto. Infine, il tentativo di lavorare intorno alla memoria produsse un altro oggetto: un divano contemporaneo. Inoltre disegnai una poltroncina, anch’essa in controtendenza con il modello dell’epoca, perché la tirai talmente asciutta, che l’unica memoria rimasta fu la vestina da metterle addosso. Però, anche quella, tirata asciutta come una camicia. Fu l’inizio di un cammino verso un altro mondo, che arriva ai nostri giorni. D’altra parte, non mi trovo a mio agio con un eccesso di semantica, penso che la semplificazione sia qualcosa in più. Forse per via di quell’intervista, in cui m’imbattei da studente, dove Ludwig Mies van der Rohe diceva che l’architetto non è dissimile dallo scrittore, e se riesce a condensare il suo linguaggio in una parola allora è un poeta. Certo, quel che feci allora non lo rifarei oggi. Ciò che un tempo era considerato grande, ora sembra piccolo (salvo il fatto che io disegno sempre cose abbastanza ingombranti). Ma se prima disegnavo divani più secchi, rigidi e netti, adesso li penso più morbidi, tutti lasciati andare e sfatti, proprio come i divani della mia infanzia che, vecchi o nuovi, per me avevano comunque un aspetto un po’ macilento. Le proporzioni, ecco, quelle sono rimaste le stesse. Quindi continuo a pensare a oggetti piatti, larghi e bassi. E mediamente scomodi. A casa faccio accomodare gli amici su bellissime poltrone e divani che non ho disegnato io. Sono di Antonio Citterio, Frank Gehry, Arne Jacobsen, James Irvine, Gio Ponti, Ludwig Mies van der Rohe, Hans Wegner e potrei continuare. Sedute straordinarie dove accomodarsi può essere una tortura. Ma è anche un piacere sprofondare sulle LC2 di Le Corbusier e ogni volta dare una gomitatina: «Hey, Charles-Edouard, le hai disegnate scomode queste maledette poltrone eh!». In un oggetto scelgo la forma, passi la funzione. Per molti anni il divano è stato un elemento di rappresentanza, spesso con l’afflato di appartenere a una società che non era la propria, lasciato lì fino all’occorrenza, orrendamente ricoperto di plastica. La vita è cambiata, oggi il divano è una specie di twilight zone dove accade di tutto: ahinoi ci si mangia, qualche volta, ci si guarda la tv, se non se ne può fare a meno, ci si legge, quelli più spiritosi ci fanno sesso, altri ancora ci dormono o passano la serata a chiacchierare, usandolo come una specie di piazza all’interno della casa. Quando disegno uno spazio, mi piace collocare quattro divani uguali, come in una specie di agorà, o luogo privato con destinazione pubblica. La tecnologia è entrata anche qui, è vero, ma in maniera silenziosa. Ce n’è molta all’interno del nuovo progetto che ho disegnato per B&B: la sua isola ricaricherà i telefoni con piastre a induzione e si metterà in connessione con tutte le tecnologie della casa. L’importante è non esserne prigionieri. Nonostante tutto, persiste un rapporto con la tradizione e continuiamo a sederci, a sdraiarci, a perdere tempo. E abbiamo ancora bisogno di piattaforme così.

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