Elisabetta Burba

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«Il grande giardino è un desiderio ormai elitario. Il canale che prende per diventare democratico è la pianta, una sineddoche della voglia di giardino». Con l’acume che rivela una laurea in Storia moderna e 10 anni di lavoro come copywriter alle spalle, Susanna Magistretti spiega le ragioni della dilagante passione per il verde, che ormai riguarda un italiano su tre. Un fenomeno che osserva da vicino: la vulcanica figlia dell’architetto Vico Magistretti è artefice di un miracolo. In 11 anni ha trasformato due serre e un ettaro di terreno all’interno del carcere di Bollate nel vivaio più acclamato di Lombardia. Cascina Bollate (200 mila euro di fatturato annuo, di cui metà in vendita piante e metà in lavori esterni) è una cooperativa sociale, dove i giardinieri milanesi più raffinati si riforniscono di piante altrove introvabili. Nel vivaio aperto al pubblico (www.cascinabollate.org), assieme a 20 volontari e una persona fissa lavorano sei detenuti regolarmente assunti. «Con tutti gli altri detenuti, fruttano circa 600 mila euro l’anno all’erario: è la quota che viene detratta dal loro stipendio per il mantenimento in carcere» sottolinea con orgoglio. Già, perché il suo mantra è: «stare sul mercato». «È ben chiaro anche ai detenuti che noi non stiamo facendo opere di bene per cui chi se ne frega, tanto i quattrini piovono dal cielo» precisa la presidente di Cascina Bollate. «E poiché stiamo sul mercato, dobbiamo usare le nostre risorse con oculatezza». Alla vigilia di Orticola, la mostra floreale milanese in cui espone anche il suo vivaio fra il 17 e il 19 maggio (https://www.orticola.org/orticola), Panorama l’ha incontrata. Ecco la trascrizione della lunga intervista: disinvolta, scoppiettante, entusiasta. E molto spiritosa.
Come è diventata giardiniera?
Dopo la laurea in Storia moderna, ho lavorato da McCann Erickson come copy per 10 anni. A 36 anni ho mollato il colpo: «Con la pubblicità ho già dato, ho veramente già dato» mi sono detta. «D’altronde, quelli erano gli anni della Milano da bere...».
Avendo già dato in pubblicità, si è data al giardinaggio?
In realtà, io mi sono occupata di giardinaggio da sempre perché ho avuto la grandissima fortuna di avere un giardino a Varese, in cui ho sempre fognato, da che ero piccola piccola. Era del mio nonno materno, Arturo: la libreria della sua casa è piena di libri tedeschi di botanica.
Suo nonno era un botanico?
No, lavorava alla Mazzucchelli di Castiglione Olona, dove producevano la bachelite. Però era appassionato di giardinaggio. E si era preso quella grande casa a Varese, con un vecchio giardino inizio secolo, in cui c’erano quattro cedri meravigliosi: quello era il motivo per cui l’aveva comprata. Poi il nonno faceva le roccaglie, era l’epoca delle roccaglie... Insomma, il giardino rientrava molto nelle mie corde. Nel giardino del nonno io ho sperimentato, sperimentato, sperimentato. E seminato, seminato, seminato. Io ho imparato questo lavoro seminando e guardando le plantule. Solo quello.
In effetti seminare è meraviglioso.
Verissimo. A me piacciono tantissimo le plantule, ovvero le piantine da poco germinate dal seme, ma non perché è già vita: di quello non me ne frega niente. È perché è già vita di un altro da te che non c’entra niente con te. È questo l’aspetto meraviglioso. A me quello che piace delle piante da impazzire è il fatto che sono altro da me, perché hanno codici e modelli diversi dai miei, che non conosco, che non capisco. Poi li capirò, ma tutto lo sforzo per capirli, per entrare in una relazione paritetica, “in una relazione amichevole” per citare quel grande paessaggista e anche un po' filosofo che è lo scrittore Gilles Clément, mi pare fantastico, una roba anche di grande libertà interna.
In che senso?
Il fatto che bisogna arrivare a patti e capirsi mi sembra di grande civiltà e di democrazia profonda. Perché sono due mondi diversi in cui uno, pur essendo stato devastato dall’uomo, resta fondamentale: senza quell’uno lì l’uomo non vivrebbe. Per questo trovo che tutto l’atteggiamento muscolare, di controllo del giardino, sia veramente insopportabile.
Perché?
Mi spiego: una pianta che sta in un giardino si comporta in modo diverso da una pianta che sta in un bosco perché la comunità in cui vive è diversa. Nel bosco vive in una comunità di suoi pari, nel giardino no. E inoltre avrà un interlocutore che è il giardiniere. Probabilmente ci deve essere qualche scambio, ma lo scambio non può essere che, se l’albero è troppo alto,  “lo capitozzo perché mi toglie la vista dalla cucina”. Ma come? Accorgitene e spostalo! L’albero non è finalizzato alla tua cucina. L’albero è finalizzato a se stesso. Se vuoi avere la compagnia di un albero (ma anche di una margherita), purtroppissimo devi venire a patti. Devi osservare e venire a patti. E questo mi sembra un gesto di grande civiltà.
E i detenuti che lavorano nel vostro vivaio vengono a patti?
Diciamo che in carcere difficile che qualcuno voglia venire a patti. Diciamo che chi finisce in carcere qualche problema con le regole lo ha. E quindi uscire dalla logica del tutto e subito non è scontato. Osservare? Macché. Riflettere? Per carità di Dio. Invece a me sembra importante per tutti (sia per chi ha trasgredito sia per chi non ha trasgredito) l’esercizio di osservare e venire a patti. Come è importante riuscire a instaurare una relazione rispettosa dell’altro da sé (cosa o persona).
Il giardinaggio come terapia?
Io non credo di fare un lavoro salvifico, francamente. Ma proprio neanche lontanamente. E non dico che lavorando in vivaio i detenuti imparano a diventare dei principini. Non mi interessa: io non voglio rieducare nessuno. Voglio soltanto mostrare che, quanto meno nel lavoro, c’è una strada possibile. Che c’è un’alternativa all’atteggiamento decisionista, muscolare, da maschio alfa.
Ossia? Può fare un esempio?
Se c’è una pianta disordinata, il detenuto nuovo arrivato d’istinto dice: “La rimettiamo in ordine”. Io ribatto: “Ma è l’ordine tuo, tesoro. Sul piano vegetale l’ordine tuo non interessa a nessuno”. Può essere utile cominciare a pensare che non è che tutto deve funzionare con l’ordine che vuoi tu. Invece, fermi tutti, è importante fermarsi a riflettere.
È una questione culturale, dunque...
Esattamente. L’approccio dei detenuti occidentali è molto simile a quello dei giardinieri fuori. Vale a dire muscolare. Tutto tranne che empatico: la natura è schiava e/o matrigna di default. Gli orientali invece hanno un approccio diverso, sono mille volte più rispettosi di noi. Da un lavoratore (preferisco chiamarlo così, piuttosto che detenuto) italiano, piuttosto che rumeno, non ho mai sentito dire “Sì, adoro i fiori”. Invece gli orientali mi hanno detto spesso: “Mi piace da pazzi lavorare con i fiori”.
Ma come ha fatto una copy laureata in storia a diventare giardiniera?
Io fondamentalmente sono un’autodidatta. Ho fatto alcuni corsi in Inghilterra, poi un’amica mi ha detto di aver letto su un giornale dal parrucchiere di un’iniziativa in Francia: “Ti interessa?” E nel 1997 ho fatto avanti e indietro con la Francia per seguire un corso europeo di un anno part-time sponsorizzato dalla Fondation de France, a Rambouillet e a Bordeaux. Organizzato dall’associazione Les jardins d’aujourd’hui, si proponeva di formare dei “porteurs de project” per giardini d’inserimento, quindi giardini per migranti, giardini per alcolisti, giardini per detenuti, ma anche giardini di quartiere. Come docenti, avevano messo assieme di tutto: da un giornalista a una sociologa, da uno psicanalista a un antropologo, oltre naturalmente ai giardinieri... Una roba meravigliosa!
E poi?
Dopo il corso in Francia ho cercato di realizzare il progetto d’inserimento con cui ero stata ammessa al corso francese: una mensa dei poveri autogestita. L’ho anche presentato all’Opera San Francesco di Corso Concordia a Milano. Mi hanno respinta con perdite... Poi ho presentato a un dirigente dell’Asl di Milano un progettino per un giardino. Lui, entusiasta, mi ha fatto una consulenza da 500 mila lire l’anno (un bell’andare!). “Una volta alla settimana” mi ha detto, “vieni al Sert di Conca del Naviglio e fai il giardino”.
Ha esordito con un giardino al Sert?
Esattamente. Il mio primo lavoro di riferimento è stato un giardino con i tossici che venivano a prendere il metadone dopo aver fatto la notte in Stazione Centrale. Il giardino era un merdaio: bottiglie di birra, boccettine di metadone... Per il ripristino sono stati coinvolti sette tossicodipendenti del Sert. Il giardino, realizzato a costo zero, con talee e semi che portavo io, è presto diventato un giardino "da carabiniere": le piante tutte in fila, zero bottiglie, cartacce manco a pagarle... E i tossicodipendenti erano orgogliosissimi. Era povera gente. Perché erano tossici di eroina degli anni Novanta. Non proprio lord inglesi... Molti erano anche anziani: insomma, un disastro. Comunque questi, messi giù da guerra, lavoravano nel giardino. Un progetto molto particolare: c’era una buddleja officinalis, c’erano piante strane che io mi portavo da casa.
In una zona di Milano piuttosto chic…
Infatti passavano le «sciure» di Conca del Naviglio, che non erano proprio proletari in divisa, con le loro pelliccette e il loro tacchetto: «Ma che bella questa pianta!» E il giardiniere rispondeva di tutto punto: «È una nicotiana sylvestris. Venga a prendere i semi». La signora entrava e il tossico prendeva i semi e li impacchettava nelle bustine che confezionava sul momento, con le stesse piegature di quelle usate per imbustare le dosi di eroina. E la sciura: «Oh, ma che bel modo di fare la busta». E lui: «Eh, sì. Effettivamente non si perde niente».
Stupendo...
Spesso i tossici, persone generalmente considerate riprovevoli, hanno un senso dell'ironia piuttosto irriverente.
Ma com’è andato a finire il giardino di Conca del Naviglio?
È saltato per una serie di motivi. Allora mi sono trasferita al femminile del Beccaria, il carcere minorile di Milano, un giorno alla settimana. Un’esperienza non felice: per le detenute, per le poliziotte, per l’ambiente, per tutto. Non è facile fare giardinaggio con i ragazzi di 16 anni in carcere, che hanno solo voglia di uscire. Se dici loro: «Piantiamo l’Erigeron», infuriati come sono con il mondo, ti mandano a quel paese. Poi sono passata a San Vittore: anche quella un’esperienza difficoltosa... Dopo di che sono finita al carcere di Bollate, al tempo diretto dalla bravissima Lucia Castellano. E lì è nato un amore.
Com’è iniziato tutto?
Ho cominciato facendo un giardino nel reparto dei tossici, che era già un bel giardinotto. Poi sono stata invitata all’inaugurazione delle serre e ho colto l’occasione per presentare un progettino. Partendo dal fatto che Milano è una città sensibile, non solo alla galera ma anche al verde e che organizzano varie mostre di piante, ho pensato di creare un vivaio specializzato. L’idea è di fare una produzione di qualità che soddisfi la domanda crescente di piante insolite, ma non per questo difficili o rare, come le erbacee perenni. Ho pensato: “Lo famo strano. E se lo famo strano forse qualcuno viene a comprare”.
Intuizione vincente. Quando è nata Cascina Bollate?
Nel dicembre 2007, sotto forma di cooperativa sociale. All’inizio c’erano due serre da 900 metri quadrati ciascuna e un pezzo di terra da 500 metri quadrati, poi diventato un ettaro. Ora siamo arrivati a coltivare intorno a 40/50 mila piante di 350/400 specie diverse. E abbiamo anche un catalogo online, dov’è possibile vedere le piante e anche acquistarle.
La vostra idea è quindi di lavorare stando sul mercato? Cioè non facendo un’attività benefica giusto per farla?
Assolutamente no. Io detesto la beneficenza. Io voglio fare un lavoro professionale, serio, con piante che abbiano un mercato e che rispondano alla nostra idea di giardino. Quindi piante forti, che si arrangino, che non abbiano bisogno di grandi cure, che si diffondano facilmente, che non siano l’apoteosi del mass-market. Il nostro obiettivo è offrire piante che  funzionino con il clima mefitico di Milano e che stiano bene in vaso (del balcone o del terrazzo) più che in giardino. E se dobbiamo comprare le plantule, cioè le talee radicate, le prendiamo da produttori mirati.
Cioè?
Cioè non andiamo in Olanda a comprare le margherite, ma andiamo dal produttore di alveoli che ha una collezione della madonna. In questo modo noi stiamo sul mercato, che è fondamentale. Ma per noi stare sul mercato ha anche un valore aggiunto. Per i detenuti imparare a stare sul mercato significa prepararsi al momento in cui usciranno e dovranno fare i conti con la realtà esterna.
Ma voi avete sovvenzioni dallo Stato?
No, niente. Abbiamo solo i benefici della legge Smuraglia, che consistono in uno sgravio dei contributi Inps e degli oneri sociali. Punto e stop. 

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