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Marta Marzotto, la contessa che visse sette vite

Marta Marzotto è morta un anno fa, il 29 luglio del 2016. Gli amori, gli scandali e l'eredità di una "divina mondana di razza" che ha vissuto senza rimorsi

Marta Marzotto

Francesco Canino

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Più che una vita, sette vite in una. Marta, la Marzotto, Martissima, Marta da legare, La Contessa, Marta-in-gala e Martacci tua, come i nomi delle sue improbabili collezioni di vestiti, rigorosamente in vendita nei grandi magazzini Marta Marzotto era tante cose assieme: anticonformista e allo stesso tempo terribilmente conformista – così dice chi l’ha conosciuta per davvero – generosa ed ego riferita, grandiosa e capace di gesti inaspettatamente semplici.

Semplice come la ragazza partita dalla Lomellina, infanzia poverissima, con ai piedi un solo paio di scarpe ma già capace di sognare in grande. Le caviglie a mollo nelle risaie e nell’orecchio l’eco dei canti delle mondine («Sebben che siamo donne, paura non abbiamo!»), che le risuoneranno in testa per tutta la vita, anche quando, travolgente regina di mondanità senza limiti e confini, ricordava a tutti che le sue radici affondavano nella miseria più nera. «Ero poverissima, la povertà particolare del primo dopoguerra. Una volta qualcuno ci regalò un chilo di pane e io, mia mamma e mia sorella lo mangiammo, lo sbranammo in cinque minuti, fino a sentirci male».


 

Marta Marzotto, un anno senza la contessa che visse sette volte

Ma il destino ha scelto per Marta Marzotto, nata Vacondio, classe 1931, le curve della vita hanno preso direzioni imprevedibili e in una manciata di anni l’ex mondina si è ritrovata quasi per caso a fare l’indossatrice a Milano, nell’atelier culto di Gigliola Curiel, poi, sempre più in alto, fino a Palazzo Stucky, a Portogruaro, dove alle pareti di casa Marzotto trionfavano i Tiepolo e i Tintoretto.

La sua vita è una vertigine, è un copione che di quelli scritti da uno sceneggiatore di successo, capace a mescolare con indifferenza successi ed eccessi. Dal Lido di Venezia in poi, dopo l’incontro con il conte Umberto Marzotto, la sua vita non è stata più la stessa. È il famoso treno che passa una sola volta – quello che non tutti sono capaci a prendere - e non di certo la littorina di terza classe che da Mortara la trasportava a Milano agli inizi della carriera di modella.

Cinque figli, tre grandi amori e (almeno) sette vite tra scandali, moda, arte, politica, intellettuali, tivù, mondanità, lutti difficili da metabolizzare e beneficenza. Ottantacinque anni passati a mordere la vita, a vivere da protagonista e mai da comparsa, sempre troppo presa da tutto per riuscire a gustarsi la felicità. «Emozionata, gratificata sì, ma felice no. Non ne ho avuto il tempo». Provare a leggere Smeraldi a colazione, l’ultima biografia scritta da una strepitosa Laura Laurenzi (Cairo Editore), per credere. C’è così tanto, e tutto così concentrato e intenso – come l’olio essenziale al bergamotto, lo Zibeline di Weil, che ha indossato per tutta la vita - che pare l’adattamento di un biopic di quelli cult.

 

Dal matrimonio con Marzotto alla mondanità romana

Perché in fondo è troppo superficiale etichettare la Marzotto unicamente come regina dei salotti o delle prime alla Scala – dove, come scrisse Lina Sotis, nel 1992 si presentò indossando una giacca della Standa da 195 mila lire – per chi ha voluto e saputo essere tante Marta in una. A cominciare dalla Marzotto moglie, si sposò nel 1954, mamma, contessa, perfetta padrona di casa in un contesto troppo borghese per chi, per sua stessa ammissione, era visceralmente «renitente a tutte le regole, a cominciare da quelle che ho cercato di darmi da sola».

Un’anima vagabonda, eredità del padre casellante ferroviario, che non si poteva accontentare delle vacanze con gli Onassis, dei Natali a Monaco con il principe Ranieri e nemmeno delle battute di caccia, tra beau monde e aristocat paludatissimi. E così, a Marta nessuna e centomila, la favola della Cenerentola moderna non basta più, scappa con la sua depressione sotto il cappotto e approda a Roma, forgiata dal suocero che le ha insegnato come si sta al mondo e come apprezzare e capire l’arte.

L’indossatrice quindicenne non c’è più, anche se una certa ingenuità le rimarrà addosso per sempre, e riesce a cogliere tutto il sapore di quegli incontri speciali che le cambieranno la vita. «L’elenco delle persone di genio che incontravo e frequentavo in questa città, così meticcia e così speciale, sarebbe troppo lungo. Alzati e cammina. C’erano chilometri dorati da percorrere», ha raccontato alla Laurenzi. Nella Capitale ogni giorno è «festa continua», incontri vorticosi con Alberto Moravia ed Elsa Morante, de Chirico e Sciascia e ancora Carlo Levi, Visconti o Rossellini.

E ovviamente Renato Guttuso, il pittore ufficiale del Partito Comunista, con cui intreccia una storia ventennale e corre sfrontata sul crinale dello scandalo. Cinquemila lettere, quelle che lui scrisse a lei, decine di quadri, molti dei quali ritraggono la Contessa piuttosto svestita («Chi l’avrebbe mai detto che avrei visto il mio sedere esposto all’Ermitage?») e un epilogo così complicato che nemmeno la fantasia di Liala avrebbe osato tanto.

L'amore scandaloso con Renato Guttuso 

«La passione non coincide mai con il vero amore. Brucia, fa male, non lascia tracce, non dà frutti. L’amore vero è diverso. Per una donna è essere contemporaneamente madre, moglie, figlia, sorella, amante come sono stata di volta in volta. Il sesso da solo è esaltante, certo, ma è anche distruttivo. Fra me e Renato c’era un legame che coinvolgeva il cuore e il cervello». Un amour fou totalizzante, il loro, benché entrambi continuassero ad essere ufficialmente sposati, di cui tutti parlavano, sparlavano e malignavano.

Persino il Pci fu costretto ad accettare le imprese sentimentali di uno dei suoi intellettuali più organici, ma l’onda lunga di pregiudizi ed ipocrisie travolgerà tutto e tutti, soprattutto la Marzotto, che però continuò la storia metabolizzando cattiverie al vetriolo. «Mi ha dipinto come Venere, come Medusa, come Madonna, come Maria Maddalena, come Minerva, come santa e come dea pagana. Mi ha ritratto nuda e vestita, piangente ai piedi di una croce, mentre dormo, mentre sogno, mentre parlo al telefono, mentre cammino in una selva di girasoli, mentre sono imprigionata fra i rovi assediata da cani feroci».

Libera e selvaggia sfida tutti, benpensanti e femministe, che l’accusano di essere una mangiauomini, proprio lei che per tutta la vita dirà di aver avuto solo tre uomini, ovvero il marito Umberto (da cui si separerà negli anni ’90), Guttuso e Lucio Magri. Così, mentre il suo ambitissimo salotto si consolida e diventa l’archetipo del «generone romano» da cui transiteranno tutto e tutti in un megamix a tratti surreale - potenti cardinali, imprenditori facoltosi, ministri in grande ascesa, aristocratiche d’alto lignaggio e volti tivù in cerca di autore – lei intreccia la sua storia con l’intellettuale marxista Magri che s’innamora della «dolce vita» marzottiana e resta per dieci anni nella vita della contessa.

La storia con Lucio Magri, il "rivoluzionario da salotto"

«Sono la sola persona di estrazione proletaria che lui abbia mai frequentato», raccontò lei pungente e ferita. «Voleva la tavola apparecchiata con tovaglie preziose e ricamate e le stoviglie dovevano essere d’argento». I rapporti tra i due s’incrinano, Guttuso nel frattempo esplode in clamorose scenate di gelosia e dal suo studio a Palazzo del Grillo l’eco di quel triangolo fa il giro di tutta Roma. Il pittore si vendica dipingendo Magri con le fattezze di un orango, poi scrive una preghiera laica e la dedica alla sua amata Marzotto: «Ave Martina...E liberaci dal Magri. Amen»

La morte di Guttuso e la rinascita della Marzotto

La svolta clamorosa arriva nel 1987, che diventa l’anno della morte di Guttuso e quello della rinascita di Marta Vacondio. L’amore clandestino, le epiche litigate e il gossip senza freni travolgono la Musa proprio nell’ultimo atto della vita del pittore: nei tre mesi terminali della sua vita spunta un figlio segreto, scoppia la bolla dell’eredità contesa e Guttuso, ateo e agnostico per tutta la vita, sul letto di morte opta per un’inattesa conversione.

Lo scandalo politico e culturale è irrefrenabile soprattutto quando la Marzotto viene tenuta lontana dal capezzale di Guttuso e nemmeno le pressioni su un monsignore amico di Papa Woytila riescono a far riaprire per lei le porte di Palazzo del Grillo. «Ero la donna che aveva osato mettersi in mezzo ai due grandi poteri: la Chiesa e il Partito Comunista», spiegherà. Nei giorni dei funerali, la storia tra la Marzotto e Guttuso finisce su tutti i giornali e in quel momento qualcosa cambia: la stampa la fa a brandelli, una parte dell’opinione pubblica si schiera compatta contro di lei e dopo trentaquattro anni di matrimonio, il conte Umberto le chiede il divorzio.

«Al Carnevale di Venezia le maschere alludono alle mie corna», gli scriverà lui. «Ha aspettato l’unico vero momento di debolezza della mia esistenza per farmi del male: un gesto di grande vigliaccheria», racconterà lei alla Laurenzi nella sua biografia. In un colpo solo perde così i tre uomini della sua vita: Umberto, il vero grande amore, Renato «immenso artista, morto senza che io potessi riabbracciarlo e in odore di santità», e Magri «bellissimo rivoluzionario da salotto». La chiosa è di quelle amarissime: «Non ci sono dubbi: io sono stata fedele a loro, loro certamente non sono stati fedeli a me».

Marta, nessuna, centomila

La Marzotto si piega, ma non si spezza e riparte con altri progetti e altre sfide, umane e professionali. «Vado, vengo e non mi trattengo», è il suo motto. Il dolore che la stordisce per davvero è la morte della figlia Annalisa, che se ne va a 32 anni portata via per sempre dalla fibrosi cistica: per chi ha scelto con la sua stessa vita di rendere infinito il tempo, è un colpo senza pari ma anche da quello di rialza e s’impegna fino all’ultimo istante nella raccolta di fondi per la ricerca scientifica.

La charity diventa il suo mantra e lei, generosissima, s’impegna su più fronti e in più cause, dal recupero delle opere d’arte (il restauro del capolavoro La Madonna del libro di Botticelli, custodito al Museo Poldi Pezzolli di Milano, è legato al nome della figlia) e all’aiuto delle famiglie in difficoltà. La Marzotto mischia alto e basso, l’impegno sociale e la mondanità tempestosa, essere e apparire, non ha paura di sedere in prima fila alle sfilate dell’haute couture e poi di lavorare alla creazione della sua linea di moda low cost (tra gli aneddoti mitologici ce n’è uno sul matrimonio di John Elkann con la nipote Lavinia Borromeo, dove, sfidando ogni convenzione, si presentò con uno dei suoi abiti, un caftano della linea Vucumprà color turchese, da 7 euro).

Il suo palcoscenico è la vita, il mondo è la sua casa: cosmopolita senza freni, scandiva il passare delle stagioni con viaggi ricorrenti a Punta del Est, a Cortina, in India («L’India di Marta era tutta case di maharaja, residenze di ambasciatori, sedi di gioiellieri che commerciavano in mirabolanti pietre provenienti dalle miniere di Golconda. Ovunque, si scambiava regali con le maharani, le principesse locali: loro donavano shatush, lei ricambiava con bigiotteria di sua creazione», raccontò Nori Corbucci, vedova del regista Sergio e storica amica della Marzotto), in Libia dall’amico Gheddafi - dove portava carovane di conoscenti famosi a visitare le rovine di Leptis Magna o a vedere l’eclissi totale nel cuore del deserto libico - e ovviamente in Costa Smeralda.

La regina della Costa Smeralda

Fu proprio lei una delle prime a scoprire da turista il nord della Sardegna, agli inizi degli anni ’60, quando l’invasione di russi e nuovi ricchi tendenza cafonal non era nemmeno lontanamente prevedibile, e a trascinare lì jet-setter, ereditiere e milionari cosmopoliti. Più che il regno dell’Aga Khan, per decenni è stato il regno della Marzotto, che dalla sua villa di Punta Volpe, a Porto Rotondo, dominava incontrastata, circondata da amici e grandi artisti, da Krizia a Lina Wertmuller, passando per Monica Vitti, Mario Ceroli e ancora lo scrittore Irwin Shaw, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn, la duchessa di Kent e Ian Fleming, i Donà delle Rose (con un Canaletto appeso nel salotto della loro barca) e i Rothschild.

«La Costa Smeralda, in quegli anni, era un’altra cosa. Luogo remoto, selvaggio, separato dal resto del mondo. L’atmosfera era speciale», racconta in Smeraldi a colazione. Nel 1988 rischiò persino di essere rapita, quando sei persone incappucciate fecero irruzione nella sua casa: dieci giorni prima era stata in visita ad Orgosolo, per scoprire l’altra faccia dell’isola, scortata da Inge Feltrinelli, Milva e la giornalista Marella Giovannelli e accolta con tutti gli onori del caso dal Sindaco. Se ci fosse o un meno un collegamento tra i due episodi non si è mai capito, ma Martissima riuscì nell’impresa impensabile di diventare amica di Graziano Mesina, il più conosciuto dei banditi sardi.

Con l’immancabile caftano di ordinanza – una sorta di divisa che indossava dai primi anni ’90, quasi un marchio di fabbrica che l’ha resa iconica: diceva di averne circa mille – passava indomita delle feste a Villa Certosa chez Berlusconi, a quelle organizzate in onore di Mutassim Gheddafi, uno dei figli del colonnello («orchestra tunisina e una impressionante quantità di aragoste e caviale»), attraversando indenne le serate al Billionaire dell’amico Briatore e le colazioni a bordo di panfili deluxe, dove ostentava smeraldi da mille e una notte. «Un gioiello, per brillare al suo meglio, ha bisogno della luce del sole, mentre la sera, al lume di candela, tutte le collane sembrano uguali, anche quando sono molto preziose».

La Marzotto sapeva essere tutto e il contrario di tutto, campionessa assoluta di trasversalità capace di organizzare la festa per il gioielliere Fawaz Gruosi della De Grisogono e qualche sera dopo una cena per i vu cumprà della costa, per quella che lei definì «una delle mie serate più riuscite di sempre».

L'eredita della contessa, "una divina mondana di razza"

Che cosa se n’è andato con Marta Marzotto è difficile dirlo, perché apparentemente la sua vita ha il sapore della suggestione effimera e i suoi salotti, come ha scritto Candida Morvillo, non erano luogo fisico ma «un luogo dell’anima itinerante e trasversale». Se non fosse così dannatamente abusato come termine, verrebbe da dire che la Marzotto è stata un’icona, di quelle irruenti e generose, leggendaria e insaziabile quanto ad appetito di vivere, capace di surfare con lo stesso distacco sulle meraviglie e sulle miserie dell’umanità.

Una divina mondana di razza, di quelle che paiono uscire dalle cronache di Alberto Arbasino, in grado di eclissare con un solo colpo di caftano tutta la truppa cammellata di influencer e it-girl della generazione risvoltino e apericena. Il nerudiano «confesso che ho vissuto» era uno dei suoi motti, la sua sfida contro il tempo (e la noia) una corsa ad ostacoli a colpi di progetti e nuove imprese. «Io, come un personaggio biblico, ho fatto di tutto per renderlo infinito, per dilatarlo, moltiplicarlo e vivere ogni secondo assaporando dolori e gioie, più dolori che gioie, sfidando ipocrisie e pregiudizi. Sono morta dentro e poi sono tornata a vivere, reinventando la mia nuova esistenza minuto per minuto». La Marzotto sì che ha saputo vivere. Con qualche rimpianto ma senza rimorsi.


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