Massimo Castelli

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«Cappuccio e brioche grazie». Bar decente, colazione rapida e indolore. Quante volte ne abbiamo scelti a casaccio. Troppe. Ma non tutte le mattine sono uguali: alcune possono trasformarsi nel risveglio più soave che una persona di gusto possa immaginare. Basta ritagliarsi il tempo necessario (ascrivibile al «benessere personale»), per entrare in un hotel come si deve e concedersi la stessa colazione che servono agli ospiti, anche se siamo solo di passaggio. Sempre più strutture lo permettono, soprattutto tra quelle di lusso. Sulla scia di quanto già avviene nel mondo, aprono agli esterni le porte delle loro lounge, delle sale altrimenti riservate e spesso scenografiche, delle terrazze panoramiche. Peccato non approfittarne. Capita che sorgano in edifici che raccontano la storia di una città (la nostra o le altre: si esplorano alberghi anche per turismo) e sempre - sempre - offrono alti livelli in termini di stile e qualità del cibo, anche se chiaramente a un prezzo più alto di quanto pagheremmo sedendoci al bar di cui sopra. Ma se si è disposti ad affrontare il dislivello di conto per una cena migliore, perché non per il cosiddetto «pasto più importante della giornata»?

Prendiamo uno dei nomi più altisonanti dell’hotellerie 5 stelle lusso sul nostro territorio, il Mandarin Oriental di Milano. Grazie allo chef Antonio Guida il suo ristorante Seta vanta due stelle Michelin, ma c’è il suo occhio anche dietro la colazione. «Quella di farla in hotel è una tendenza sempre più in crescita, da noi arrivata a circa il 20 per cento del totale degli ospiti» conferma Guida il cui pastry chef, Nicola Di Lena, ogni giorno sforna la viennoiserie più sfiziosa, mentre al buffet del bar bistrot arriva una gran varietà di torte (quella base mandorla e frutta pare sia imperdibile). E siccome parliamo di Mandarin, compagnia di Hong Kong, nell’offerta non mancano i piatti esotici, come il pollo congee o i dim sum, per palati orientali, appetiti robusti o curiosi delle prime ore. Prezzi dai 35 ai 45 euro a seconda dell’opzione scelta per mangiare a buffet, ma ci si può anche sedere («magari nella nostra corte esterna» dice Guida) e scegliere dal menu à la carte. Espresso 5 euro, cappuccino 7 euro. Nel «cestino del fornaio» (8 euro) si trovano croissant, pain au chocolat, pane di varie tipologie. Tra le «Delizie» ordinabili anche la gauffre con crema pasticcera, crema di nocciole e panna montata (12 euro), anche questo un peccato di gola di cui pentirsi volentieri.

Colazione come esperienza, dunque. Gusto e leggenda si intrecciano all’Excelsior Hotel Gallia, monumentale edificio in stile Belle Époque a fianco della Stazione Centrale di Milano. Aperto nel 1932, la sua facciata Liberty dà ancora il benvenuto agli ospiti dopo decenni di teste coronate, attori e assi del calcio. Un petit déjeuner qui corrisponde a un tuffo nella storia, come se ne possono fare tanti in Italia, considerando quante strutture alberghiere nel nostro Paese indossano elegantemente le epoche trascorse. Il Gallia è stato ristrutturato nel 2015, è arredato con il meglio del design italiano contemporaneo e attraverso le grandi vetrate della sua sala per le colazioni si coglie la maestosità della Stazione Centrale (inaugurata a pochi mesi di distanza dal Gallia) assaporando un cappuccino (6 euro) e un assortimento di brioches, croissant, danesi, pane al latte e integrale (8), oppure ordinando pancakes con sciroppo d’acero (10). La colazione all’americana costa 40 euro e ci sono uova e ogni bendiddìo. «È vero, gli italiani non sono abituati a mangiare tanto al mattino» commenta Marco Olivieri, il direttore, «ma certe abitudini cambiano, e non solo perché ci insegnano che appena svegli vale la pena incamerare qualche caloria in più. Esistono tendenze, e noi semplicemente ci adeguiamo: l’attenzione per i prodotti gluten free e le intolleranze, il vegetariano, il fitness e il wellness. Abbiamo un corner dove tra l’altro gli ospiti possono creare la loro centrifuga su misura. Di zenzero ce n’è a volontà», scherza.

La colazione è diventata rapidamente un asset su cui gli alberghi puntano, e si cercano nuove formule. MGallery, collezione di boutique hotel del gruppo Accor, ha una collaborazione con Andrea Berton, uno dei più acclamati chef degli ultimi anni. È nato così l’«Un-Burger», che sembra un hamburger ma è un’esperienza di alta oreficeria dolciaria (vedi foto a sinistra) assaporabile nel menu à la carte degli otto hotel italiani MGallery, dal palazzo Caracciolo a Napoli all’hotel Cerretani di Firenze, al Papadopoli di Venezia, in menu a 15 euro.

Qualcuno poi ha addirittura invertito i fattori portando l’hotel in pasticceria. Succede a Roma, dove ha da poco aperto The First Roma Dolce, della catena The Pavilions. Al numero 63 di via del Corso, in un bel palazzo dell’architetto Giuseppe Valadier (la «mente» di piazza del Popolo), ospita 23 camere e suite ma anche il laboratorio di pasticceria Velo, in mano al pastry chef Pier Simone Guarino. Dalle 7 alle 10,30 si serve la colazione, anche qui alla carta o continentale (27 euro), versione capitolina: oltre ai classici cornetti, si trovano il maritozzo romano alla panna e la bomba fritta. 

Ai breakfast in albergo si attribuiscono riconoscimenti internazionali. All’ultima edizione del Prix Villégiature Award c’era il premio alla migliore colazione in un albergo europeo. In nomination giganti come il Brown’s di Londra e lo sfarzoso Le Meurice di Parigi, quartier generale di Alain Ducasse, ma a trionfare è stato il Majestic di Barcellona, altro palazzo iconico, 101 anni di storia e ospiti come Picasso, Miró, Hemingway. Il suo «Desayuno» è uno spettacolo per gli occhi e per la gola. Il paese dei Balocchi sotto forma di buffet a 37 euro. Prosciutti iberici e formaggi catalani, ogni tipo di viennoiserie e di pane, latte in sei varianti. Nel salato anche humus con la pita e pastilla con agnello cotto a bassa temperatura, mentre si fa show cooking di omelette, salsicce, verdure, noodles all’uovo e pizza. I clienti esterni, dicono dal Majestic, sono il 5-7 per cento durante la settimana e il 15 per cento il sabato e domenica: mentre il mondo impazzisce per le colazioni, sono tutto sommato ancora pochi, come in Italia. «Quello delle colazioni è un fenomeno interessante ma da noi molti alberghi ancora non possono servirle agli esterni, servono autorizzazioni aggiuntive, un assurdo» commenta Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi. «All’estero è più semplice, da noi riusciamo a non sfruttare le nostre potenzialità. Uno dei tanti dispetti che questo Paese fa a sé stesso». Nota amara dopo tante dolcezze. 

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