Società

Marco Lavazza, l'azienda, la sua filosofia, l'uomo (mai in politica)

I segreti di un'azienda che vola in un paese fermo. Il pensiero di un uomo 100% testa e 100% cuore

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“Non c’è finanza senza industria”, “La sostenibilità dev’essere per prima cosa economica”, “dobbiamo lasciare ai nostri figli qualcosa di più e di meglio rispetto a quello che abbiamo trovato”, “Non bisogna imporre, ma condividere”. Slogan che Marco Lavazza, vicepresidente dell'omonima azienda, ci regala durante una chiacchierata (intervista è una parola che sembra poco appropriata per l’occasione) seduti sui divani della lounge dell’azienda tra le leader al mondo quando si parla di caffè a Wimbledon, di cui è uno degli official partner.

Sarà il posto, la giornata perfetta, il clima elegante ma informale, ma la sensazione è di trovarsi davanti ad una persona che voglia davvero fare del bene alla gente, all’ambiente attraverso il “fare azienda”, soldi, profitto. Senza vergognarsi di una cosa e dell'altra, bilanciandole.

“Siamo cresciuti di 8 volte come fatturato in pochi anni. Una crescita che ha radici solide, la cultura del lavoro, la tradizione familiare, ma anche la volontà di non sedersi sugli allori, guardando sempre avanti. Sperimentando…”.

Ma come si trova Lavazza, come si trova lei al comando di un’azienda che corre, in un paese, l’Italia, che cammina piano piano?
“Semplice, si guarda all’estero. Siamo passati da un fatturato che era 70% Italia - 30% estero all’esatto contrario. Abbiamo scoperto mercati nuovi e ci siamo dovuti adattare a questi mercati, conoscendo nuovi clienti con gusti e tradizioni diverse. E per loro abbiamo trovato anche prodotti particolari”.

L’ultimo dei quali è “l’Ice Cappuccino”, la prima bevanda (in lattina) creata in collaborazione con Pepsi Co. E che sarà in vendita in Inghilterra.
Ma Lavazza ora è soprattutto sostenibilità, ambiente. E così ecco la tazzina commestibile e le cialde totalmente Green create investendo in ricerca, affidandosi ad esperti, studiando componenti nuovi…
“Si tratta di un grande progetto, anzi quasi di una missione, nel quale abbiamo investito ogni tipo di risorsa, umana ed economica. Sia chiaro però che dietro ogni progetto anche nobile non ci può essere una perdita. La sostenibilità dev’essere per prima cosa economica”.

Ormai però tutte le aziende si definiscono Green, vicine all’ambiente, attente alla natura. Sembra una moda alla quale nessuno si può sottrarre, quasi un obbligo…
“Vero. Ma la nostra invece è un’idea nata dentro l’azienda e intendo proprio nel dialogo con i nostri dipendenti. Con i quali condividiamo gran parte dei progetti, coinvolgendoli e cercando di valutare con loro aspetti, idee, modifiche. Spesso, anzi, è proprio da loro che arriva lo slancio per intraprendere un nuovo percorso. Non bisogna imporre, ma condividere”.

Un fatturato di oltre due miliardi, nuovi prodotti e progetti, dal punto di vista aziendale non c’è dubbio che siamo davanti ad un’eccellenza mondiale. C’è così modo di parlare e guardare altrove, al domani, alle prossime generazioni; per primi i propri figli.
“Io e mio cugino (Giuseppe ndr) abbiamo ricevuto dai nostri predecessori le chiavi di un’azienda che aveva fatto tanto. Il nostro compito è farla crescere ma sempre facendo industria, non finanza. Non ci può essere finanza senza industria. Solo così potremmo lasciare ai nostri figli una Lavazza ancora più grande, forte e salda, rispetto a quella che avevamo ricevuto dai nostri predecessori”.

Si parla tanto di giovani, degli italiani che vanno all’estero, del loro futuro (incerto). Potesse fare una cosa lei cosa farebbe?
“Bisogna investire nella scuola (Marco Lavazza, ad esempio, parla un inglese perfetto) e nella cultura. Tutto parte da lì. Con noi lavorano e collaborano persone che arrivano da ogni parte del mondo; persone brave, preparate, serie. Ma non c’è niente da fare. Gli italiani hanno, anzi abbiamo, qualcosa in più: stile, gusto, il senso della bellezza. Doti che solo se unite ad una cultura di base solida possono davvero diventare quel qualcosa in più che alla fine fa la differenza”

Nella lounge entra il sindaco di Torino, Chiara Appendino, a Wimbledon per capire e conoscere il tennis a poche settimane dall’assegnazione proprio al capoluogo piemontese delle ATP Finals dal 2020 al 2025. C’è giusto il tempo per l’ultima battuta: mai pensato di fare politica?
“No, no. Ci mancherebbe altro. Non ho la diplomazia necessaria…”

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