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Veline, e allora?

Dopo trent'anni è ancora uno stereotipo. E invece le veline di oggi sono ballerine per professione. Siamo andati negli studi di Striscia a incontrarle

VELINE Striscia la notizia 2017

Carmelo Caruso

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Se vi chiamo “veline” vi insulto? «Ci fai un complimento ma il rischio è di raccontare solo una parola». Per esempio? «Ometteresti di dire che siamo ballerine professioniste e che non siamo affamate di denaro e di successo». Ma almeno il fidanzato calciatore lo avete? «Il mio fa il ballerino». E il tuo? «Ti assicuro non fa il calciatore…».

Con questa rivelazione, dimentico di trovarmi negli studi televisivi di Cologno Monzese e di essere di fronte alle “Veline” di Striscia la Notizia. Una ha 21 anni, l’altra 23. Tutto mi sembrano eccetto che vallette, a cominciare dai loro abiti che non sono i costumi di scena ma quelli universali e comuni dell’età spensierata. E dunque, la velina bruna torna a essere solo Shaila Gatta, mentre quella bionda semplicemente Mikaela Neaze Silva: «Ma non c’è bisogno di pronunciarlo per intero. Sarebbe lunghissimo». Dove sei nata? «A Mosca ma sono cresciuta in Africa. Padre angolano, madre afghana. Per un anno ho vissuto in Portogallo. A 6 anni mi sono trasferita in Liguria, a Camogli». Insomma, sei italiana. «In realtà non lo sono ancora. Per questo sono intervenuta pubblicamente a favore dello ius soli». Ti interessi anche di politica? «Guarda che io volevo fare la giornalista». E tu? «A 16 anni mi sono trasferita e mantenuta, da sola, a Roma. Sono figlia di un autista di ambulanze e di madre casalinga. Sono cresciuta a Secondigliano, a Napoli, che è sì Gomorra ma non è solo Gomorra».

Come il termine “velina” anche “Secondigliano” è un’idea. Sono parole che racchiudono persone e mondi. «Lo so. Non dico che non esista quella Secondigliano, ma il pericolo è sempre quello di semplificare. L’esempio è proprio “velina”. Negli anni ha preso come significato quello di ragazza sciocca e ambiziosa così come Secondigliano quello di crimine e di spaccio. In comune hanno una cosa. Sono entrambi pregiudizi». La parola “velina” è perfino entrata nel dizionario e ha il sapore, ancora oggi, della giovane poco di buono, della donnaccia. Mi risponde Mikaela: «Anche ignorante. Lo puoi dire. E si è fatta una corsa a chi la insultava meglio. Siamo veline. Ma dove stai il male? Se ti dicessimo che anche noi leggiamo?». Quali libri? «Ho letto tutte le opere di Gustave Flaubert, Maupassant e Balzac. E poi i romanzi di Jane Austen. Mi piace regalarli. Anche a Shaila».

Disarmato da entrambe, fingo di non guardare Striscia, il tg satirico che è ancora il più seguito dagli italiani (5 milioni di spettatori di media a sera con picchi fino a 8 milioni e mezzo) e ancora il più invidiato dai giornalisti. A trent’anni dalla nascita delle loro figure, e della parola, le veline di quest’anno sono, per la prima volta, due ragazze che hanno danzato per professione. «E se il curriculum può fare cambiare idea sulle veline, si può aggiungere che siamo diplomate al liceo linguistico. Io parlo correntemente 5 lingue. Shaila parla benissimo l’inglese e lo spagnolo». Entrambe sono arrivate a Striscia con una selezione al buio: informazioni vaghe e scarse. «Tutto pensavamo tranne che diventare veline». Ma non vi è dispiaciuto. «Ma non l’abbiamo neppure cercato».

Mikaela dice che era sicurissima di essere stata scelta per il nuovo programma di Piero Chiambretti. Shaila di partecipare a uno dei tanti programmi Mediaset. «Dove avevamo già lavorato in precedenza». In quale? «Io ho partecipato ad Amici e lavorato a teatro con Gigi Proietti. Mikaela ha invece ballato per Zelig Circus. La verità è che cercavamo un lavoro come qualsiasi ragazza della nostra età. L’avviso era riservato a ballerine di professione. Molte di quelle che si sono presentate venivano dalla danza classica». Che è da sempre sinonimo di rigore e disciplina. «E infatti, sin da piccola, anche io mi sono sottoposta a lezioni severissime. Per pagare le rette, ricordo che mia madre sacrificò una piccola vincita all’enalotto. Era il suo tesoro. È in parte lo stesso percorso di Mikaela che però, a differenza di me, ha una formazione più varia (hip hop) e partecipato a gare internazionali».

A Mikaela chiedo allora se le abbia vinte. «Chiaro che le ho vinte, tanto da meritarmi il soprannome di “nana maledetta”. Una secchiona, in pratica. Dopo le gare di danza, sono andata in Cina dove sono rimasta tre anni». A fare? «Ero nel corpo di ballo di un’artista. Una sorta di sosia della popstar Beyonce. Un giorno mi rimetterò in viaggio e di sicuro ritornerò in Angola». E invece adesso sono qui e sono le veline di Striscia. «Ma senza montarci la testa. Abbiamo vissuto questa occasione come un’offerta professionale e come tutte le offerte ci siamo prese del tempo prima di accettare». State dicendo che avete esitato? «Shaila ha aspettato una settimana prima di firmare il contratto. Io ho risposto che prima di qualsiasi decisione dovevo chiedere a mia madre». Anche lei è stata ballerina? «Ha lavorato nelle ong. Sono cresciuta seguendola e rotolandomi tra la sabbia. Ho imparato a ballare in Angola, per strada. Lì il ballo è identità». In Italia invece? «C’è la convinzione che solo un tutù e le punte restituiscano nobiltà alla musica e che invece un body e i tacchi siano strumenti del diavolo».

E infatti a Striscia, i balli si chiamano “stacchetti” mentre nella danza classica si chiamano “variazioni”. «Cambia solo la parola ma sempre di coreografie si tratta». Vi spingete a sostenere che fare la velina è arte? «Ci limitiamo a dire che è un lavoro e nel nostro caso pure un divertimento. Iniziamo alle 10 e proviamo fino alle 21. Lo facciamo bene al punto da tornare a casa con le cicatrici ai piedi, come capita alle ballerine de La Scala». Shaila rivela che i complimenti alle veline, quest’anno, sono arrivati anche dalle accademie di ballo. Si può dire? «Sottovoce. Alcuni di loro lo hanno fatto sapere alla nostra coreografa. Il sentimento è cambiato anche verso le veline che, voglio ricordare, non sono soltanto le donne che ballano a Striscia». Sia Mikaela che Shaila cominciano a spiegare che in Italia le veline sono state fogli di regime. Mi fanno ancora riflettere che velina può essere anche quella carta che permette di copiare e vedere cosa c’è sotto, ma se si spinge il ragionamento in avanti, velina, può anche far tornare in mente la vela, il pezzo di stoffa che permette la navigazione. Ribatto dicendo che può essere anche la carta avvelenata. «Ma oggi – dice Shaila - il veleno viene dal web. Gli odiatori digitali ci hanno imbrattato con la loro sporcizia sin dal nostro esordio».

Tra gli episodi di fango digitale, l’ultimo riguarda proprio le veline di Striscia e in particolare Mikaela. Si tratta di alcuni file audio, millanterie pronunciate da un’anonima ragazza, resoconti di acrobazie sessuali in compagnia di calciatori e potenti. Uno squilibrato ha pensato di attribuire gli audio a Mikaela. «Sono venuta a scoprirlo per caso. In realtà, bastava ascoltare il file per accorgersi che non ero io quella persona». E invece, nell’immondezzaio che può essere il web, quei contenuti sono diventati niente meno che le “confessioni della velina bionda”.

Mikaela ha preferito non rispondere e denunciare solo alla polizia postale. Perché? «È stata la nostra linea». La scorsa settimana gli audio sono stati montati alle immagini. Immediatamente è diventata una di quelle notizie guaste e condivise da squadre di imbecilli. «A quel punto abbiamo deciso di raccontare la vicenda. Non tutti hanno la fortuna di difendersi. Io sono tutelata e coccolata da Striscia. Smontare una notizia falsa è più difficile che costruirla. Ancora più complesso risalire a chi l’ha ideata». Quale sarebbe la punizione esemplare. Metterlo alla gogna proprio su Striscia? «La forza di questi balordi è l’anonimato. La peggiore punizione è sicuramente mostrarne il volto. In Italia purtroppo il web sta finendo per essere il cortile dove buttare la spazzatura. E però da questa storiaccia ho capito una cosa». Ovvero? «Che se un giorno mia figlia chiedesse uno smartphone ci penserei molto prima di affidarglielo». Potrebbe chiedere di partecipare alle selezioni per diventare velina. Lo impediresti? «Risponderei cosi: Provaci. Ma con la testa». Cosa votano le veline? «Shaila non lo dice. Io te lo direi ma non posso votare dato che aspetto ancora la cittadinanza…». È davvero cambiato tutto. Le veline sono pure polemiste.


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