Eleonora Lorusso

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Coinquilino, roomate o compagno di stanza sono ormai termini "vecchi": oggi la parola d'ordine è co-housing. Si tratta di qualcosa di più della semplice condivisione di un appartamento: spesso si creano degli spazi comuni, all'interno di condomini, dove poter non solo trascorrere del tempo insieme ai vicini di casa, ma persino realizzare attività che siano di aiuto per gli altri. Ad esempio, a Milano ci sono i primi condomini dove, in apposite aree comuni, qualcuno si occupa di tenere i figli propri e altrui, mentre altri si occupano di andare a fare la spesa per tutti.

Il co-housing, che sta cambiando costringendo anche gli architetti a rivedere le concezioni di living tradizionali. Già in occasione del Salone del Mobile di Milano, lo scorso febbraio, si sono moltiplicate le idee e le soluzioni per poter condividere spazi all'interno di appartamenti con altri inquilini, o in aree a disposizione di condomini. Ora, sempre nel capoluogo lombardo, arriva la prima fiera che si occupa del settore, il 23 e 24 giugno: si chiama ExperimentDays ed è la "Fiera dell'abitare collaborativo". In mostra tutte le soluzioni per poter vivere a più stretto contatto con vicini di casa e non solo, dalla creazione di "lavanderie condominiali" (con elettrodomestici appositamente studiati per le esigenze di più persone) alle idee per poter co-progettare tra gruppi di abitanti (in spazi comuni come cortili, vecchie portinerie o sottoscala, ma anche in un giardino o in cucina) o per ristrutturare, creando nuovi modelli abitativi sostenibili da un punto di vista ambientale e sociale.

Il co-housing sociale

Eiste, infatti, anche un co-housing sociale, che consiste nel creare degli spazi che permettano di creare comunità di residenti attive e partecipi, in contatto tra loro, che possano prendere parte ad iniziative condivise, che abbiano rapporti di buon vicinato e punti di riferimento nel proprio quartiere. Il tutto grazie anche a progetti pensati per i più giovani, in coppia o single, sostenuti nell'acquisto di una casa, tramite formule di affitto/acquisto, come nel caso di Abit@giovani realizzato dalla Fondazione Housing Sociale, con alloggi distribuiti in tutte le nove zone di Milano.

I comuni denominatori dei vari progetti di co-housing sono generalmente l’esistenza di spazi comuni, i percorsi di conoscenza tra gli abitanti prima della consegna degli alloggi, la presenza di organizzazioni no profit, un mix di contratti di affitto e impegni all'acquisto e la diversa composizione dei nuclei familiari.

Sempre più single

D'altro canto la società è mutata velocemente nel corso degli ultimi anni, con un aumento esponenziale del single rispetto a tradizionali nuclei familiari. Di fronte ad un rischio isolamento da parte di giovani (e meno giovani) si sono moltiplicati anche i progetti di co-housing e condivisione, che vengono incontro alle esigenze di ridurre i costi della vita (e delle case) e di aumentare le possibilità di socializzazione.

Co-housing: dalla Danimarca al resto del mondo

L’esperienza del co-housing, parola inglese che ha sostituito in Italia il vecchio concetto di "convivenza" tra co-inquilini, nasce in Danimarca negli anni ‘60. Oggi è diffuso anche in Svezia, Norvegia, Olanda, Inghilterra, Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone. Anche in Italia ha preso piede e sono molti i siti che offrono consigli e consulenze ad hoc, oltre a vere e proprie community anche su social come Facebook, con connotazioni più o meno sensibili agli aspetti ambientali, arrivando alla progettazione di ecovillaggi.

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