Scatto, dunque sono

I selfie, gli autoscatti sul web, emblemi del narcisismo digitale, sono anche simboli di un nuovo sguardo sul mondo. Una rivoluzione nel modo di raccontare la realtà, che può diventare un business

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Stefania Vitulli

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Tutto, da sempre, dimostra che abbiamo bisogno di storie. Oggi però ce le possiamo e vogliamo raccontare da soli. Il nostro sguardo coglie l’ordinario e lo straordinario. Lo fissa: con una foto, un racconto, una didascalia, un diario, un video. Un tempo il destino era il cassetto o il salto nel vuoto di una pubblicazione, una mostra, un film. Oggi è tutto questo subito reso all’Altro e a Se Stessi attraverso Facebook, Twitter, blog, Youtube, Instagram. Il "selfie", l’autoscatto, attesta la nostra esistenza in vita. Fotografandoci ci fissiamo, nel fissarci ci fermiamo. Non solo a guardarci, ma a darci uno stile e di conseguenza un’identità (prima era il contrario).

Selfie-addicted sono gli adolescenti, come dimostra anche il film Bling ring di Sofia Coppola, perché l’identità, lì, è in formazione. "Me me me generation" strillava in copertina Time la scorsa estate. E via ai Michele Serra degli Sdraiati (Feltrinelli) e ai Massimo Recalcati del Complesso di Telemaco (Feltrinelli) che deplorano o sanciscono il "figlio Narciso", frutto di genitori incapaci di accettare un fallimento anche piccolissimo della prole che, contemplata senza essere mai commentata, non può che proseguire nell’autocontemplazione, rivolgendo verso se stessa obiettivo e obiettivi. E così "selfie" diventa la parola dell’anno dell’Oxford English dictionary, la foto del profilo cambia ogni ora, s’invoca che era meglio morire da piccoli se il prezzo di vederli crescere è assistere al trionfo del social ego, e poi si sceglie l’ultimo modello di smartphone da regalarsi a Natale.

Tutto cambia nel momento in cui il mio sguardo diventa il mio reddito. Se le storie si cercano per essere vendute, bisogna trovare il modo per cui la storia di uno non sia la storia di tutti, ma potrebbe esserlo. Un caso su tutti: New York, estate del 2010, Brandon Stanton, nemmeno trent’anni, è un fotografo come tanti, finché arriva l’idea. Hony, Humans of New York: sarebbe cool creare un catalogo degli abitanti di New York City. Ci lavora per mesi. Ma qualcosa, lungo il percorso, lo spinge in una direzione del tutto diversa: più fa foto, più colleziona storie. Una sosia di Michelle Obama che giura di essersi fatta una foto con la first lady. O un cinese arrivato da un anno: notti di solitudine, senza parenti né amici, a pensare a niente e fumare. Non sono le storie di tutti, perché c’è la foto, a memento e identificazione, a dare un corpo all’anima che narra. E c’è un breve racconto-didascalia che è il racconto proprio di quell’uomo e di quella donna, unici, inconfondibili, riconoscibili: il volto della folla.   

Brandon comincia a pubblicare foto e storie su un sito e in un anno supera il milione di follower, fedelissimi. Il mondo reale si accorge di lui: le interviste, tra Cnn, Cbs e Wall Street Journal, si sprecano e pubblica un lussuoso libro oggetto. Ora è famoso e rispetto a quando mangiava avanzi e non riusciva a pagare l’affitto, tutto è cambiato. Il senso e il successo del progetto stanno nel suo scopo: una foto singola smuove gli amici di Facebook, ma dare un volto alla folla è potere vero.

Stanton ha catturato l’essenza interpersonale con un gesto che diverte, alleggerisce, coglie l’attimo. E va bene anche un attimo, purché sia casuale, come la vita. Se le stesse foto fossero su commissione, il 100 per cento del fascino andrebbe perduto. Le storie si fanno facendosi: durante, possiamo catturarle. Dopo, possiamo raccoglierle. Ma se le costruiamo, allora è solo pubblicità.

Brandon ha replicato, in grande, altri successi di nicchia. Quello di Scott Schuman, che cattura lo street style per il blog The sartorialist, un must per fashionistas, o quello di James Gulliver Hancock, che ha pensato alle case e disegna in dettaglio, palazzo per palazzo (e qui sta il trucco), intere strade e quartieri di New York: ora gestisce un emporio con il merchandising del suo marchio . Bisogna far scattare il meccanismo per cui chiunque veda quella storia in rete pensi: potrei raccontarla anche io. Oppure: quel palazzo potrebbe essere il mio. Non siamo più in attesa di diventare famosi, siamo ogni giorno in piazza, nella rete, e compriamo le storie degli altri perché sono fatti nostri. L’equivalente del desiderabile e celeberrimo quarto d’ora di popolarità, adesso che molti, troppi, lo hanno avuto, si trasforma nell’infinita possibilità della sua replica digitale. Se dare un volto alla folla è il sesto potere, dare un volto a tutta la folla e a ogni volto una storia è, di questo potere, l’estensione totalizzante.

Fin qui progetti personali, nati dalla mente di un singolo individuo e proiettati sulle vite di altri individui singoli e singolari. A Milano invece qualche giorno fa è nata, sulla scia del potenziale economico dello storytelling, addirittura un’agenzia che delle storie fa un business. Ci si è messo un digital strategist, Paolo Spada, insieme con Bookrepublic: si chiama Lagenzia e propone libri o ebook (gli scrittori vengono assoldati ad hoc), biografie o contenuti per blog, siti e social media basati sulle storie. Il primo lavoro sono scatti fotografici dei dipendenti della Sodexo (sedi in 80 paesi, 420 mila collaboratori) che raccontano le proprie storie. Molto personali. Sarà online a dicembre, insieme a milioni di selfie a Natale.

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