Il ritorno del cowboy

Il mito del western rivive al cinema con il premio Oscar Matthew McConaughey, in tv, lungo le passerelle, nei party e nei libri

Il ritorno dei cowboy – Credits: Getty

Lo raccontava a gennaio il New York Times: il Marlboro man, il cavaliere della valle solitaria, insomma l’archetipo del cowboy, quello con lo Stetson, la camicia a quadri e il bolo tie (il cravattino di cuoio e argento), il mito maschile di riferimento, l’uomo Denim che alleva vacche e sussurra ai cavalli, è morto. Decimato dall’espansione delle periferie e dalla siccità che hanno eroso le terre da pascolo e reso obsoleto dagli allevamenti industriali. Così oggi, nel Grande paese (titolo d’un celebre western del 1958), il bestiame è ai minimi dal 1952 e trovare un buon mandriano è sempre più difficile: quasi nessuno più insegna il mestiere, meno ancora vogliono impararlo. E se sopravvivono, anche per folklore, fiere-mito come il National Western Stock Show di Denver, le mucche si vendono via internet.

Stile redneck Sarà per questo che, mentre i veri cowboy rimasti non dormono più sotto le stelle ma in assai più prosaici trailer park, il mito del country oggi imperversa come fenomeno di grande moda. Nelle sfilate, dove il tedesco Philippe Plein disegna gonnelloni a scacchi rossi e neri, i colori simbolo del redneck (letteramente "nuca rossa" perché scottata dal sole), il bovaro è diventato il protagonista. E lo stesso termine redneck, a lungo usato in senso spregiativo dai fighetti di città, oggi invece identifica il nuovo eroe. Anche il party più ambito, quello di Chanel, viene ambientato in un finto ranch di Dallas, tra tori meccanici e quadriglie ricostruiti ad hoc. E ancora: patchwork, marchi a fuoco, gilet di pelle o pelo lungo grezzo, medaglioni, pellami ricamati che richiamano l’arte della selleria (Etro), inserti in nap"pa, borse di vitello, perline colorate (Zanotti) e ankle boot (Barbara Bui) d’ispirazione folk. E soprattutto frange, frange dappertutto, da Ralph Lauren a Wa"tanabe, a Valentino. E poco importa che la rivisitazione sia a tratti irragionevole, perché la camicia a scacchi rossi e neri di flanella con cui il redneck va a caccia di alci e cervi per procacciarsi il cibo serve a farsi riconoscere dagli altri cacciatori e a non finire impallinati, mentre l’hipster la sfoggia sui pavi"menti parquettati di città.

Si chiama manaissance (da man e renaissance), il rinascimento del maschio, teorizzato per la prima volta proprio a Tulsa, in Oklahoma, con tanto di corsi per diventare Indiana Jones e imparare a "How to treat a lady". L’uomo vero, che fa pace, nei modi e nell’aspetto, con la maschilità tradizionale, e pazienza se è tutta una finzione, perché le barbe retrosexual sono in realtà ancora più curate. Per questo sull’ottenimento del capello da uomo che non deve chiedere, fioriscono i manuali. Non a caso, lo stesso New York Times titola "He acted like the man you wanted to be" (recitava come l’uomo che avresti voluto essere), un pezzo su John Wayne, di cui a giugno ricorre il trentacin"quesimo anniversario dalla morte (ma anche il decimo del presidente-cowboy Ronald Reagan). Per l’occasione è uscita una colossale biografia: John Wayne. The life and legend, di Scott Eyman (Simon & Schuster, 658 pagine) che ripropone, oggi che siamo così a corto d’eroi, il mito dell’uomo forte, giusto e coraggioso che l’attore impersonava. Figura solitaria, tal"volta ostinato come un mulo, ma sempre pronto a difendere un villaggio o una fan"ciulla inerme dai cattivi: "L’avatar della frontiera americana" scrive il quotidiano, il senso di uno stile di vita che era scom"parso o stava scomparendo.

Così, agli Oscar, Matthew McConaughey strappa la statuetta a Leo DiCaprio per l’interpretazione di un cowboy da rodeo in Dallas Buyers Club, e il look capelli lunghi e baffi tipico del redneck torna in versione reloaded nel southern gothic-poliziesco True detective (a settembre su Sky Atlantic), ambientato nel sud della Louisiana, tra ballate cajun e terre desolate. E poi i neowestern Longmire, su uno sceriffo del Wyoming, e i precedenti Justified (ambien"tato nel Kentucky) e Breaking Bad (ad Albuquerque). E mentre su Mtv Italia va in onda la serie Big Tips Texas: Le ragazze del Redneck Heaven, su un gruppo di bariste-cowgirl, la musica country si fa pop. Protagonista soprattutto Taylor Swift, idolo dei giovanissimi cresciuta a pane e Tim McGraw, una delle stelle del firmamento country, marito di Faith Hill, che ha sfondato anche nel cinema (vedi riquadro nelle pagine precedenti). E se nelle scuole di ballo spopolano i corsi di line dancing con stivali El Char"ro e cappelli a falda larga, in palestra debutta il country fitness, che al ritmo di Aaron Lewis (coun"try rock) e Reba McIntire promette di tonificare e dimagrire. Ma la musica country è anche l’anima di Nashville (2012), la serie che al debutto negli States è stata vista da 9 milioni di telespettatori.

Fuga dalla città. "Dalla crisi petrolifera degli anni Settanta in poi, il redneck torna alla ribalta ogni volta che c’è una grossa crisi" osserva lo scrittore e studioso del genere Ottavio Cappellani. "Rappresenta la fuga dalla città e, quindi, la sopravvivenza: scava nell’inconscio. Perché, se il cowboy è finito, non lo è l’America rurale, e nel momento di dispera"zione all’americano appare l’immagine della terra come ultima risorsa, la terra che dà da mangiare".
Questa è la riscrittura moderna del pioniere e dei suoi feticci: dal pick up, che nell’immaginario è il veicolo da fuga, versione 2.0 del carro, al fucile a pompa che è il nuovo Winchester, fino alla moto scrambler: il cavallo. E non a caso il redneck è protagonista di tutti i film e le serie di survivor, l’archetipo della narrazione di sopravvivenza, dagli zombie ai disastri nucleari. "Le serie postapocalittiche Walking Dead e Falling Skies, ambientate nel futuro, ruotano attorno a pick up e moto scrambler. Quelle che nascono negli anni Settanta, quando l’americano di provincia, che gira su strade sterrate ma non ha i soldi per l’enduro, se lo fa in casa, comprando una moto da strada come la Honda 4, rialzando la marmitta e sostituendo le ruote con quelle da fuoristrada. Un fenomeno talmente popolare che le case motociclistiche iniziarono a produrre modelli scrambler, come l’omonima Ducati, che oggi è tornata di gran moda" spiega Cappellani.

Di nuovo in sella. E se redneck è perfino Grand Theft Auto V, dove Trevor, uno dei protagonisti, abita in un trailer park, nella narrativa, il massimo cantore del genere è Cormac McCarthy, che nel 1969 si trasferisce in un piccolo villaggio del Tennessee, compra una stalla e la ristruttura a mani nude. Titoli celebri come All The Pretty Horses e No Country For Old Men e voci di un imminente Nobel. Ma anche L’ombra dello scorpione di Stephen King, vera Bibbia dell’universo redneck, Strade Blu di William Least Heat-Moon o il genere cyberpunk di William Gibson. Perché la fuga in campagna, raccontata anche in versione comica con film come Scappo dalla città "La vita, l’amore e le vacche (1991), su tre amici in crisi di mezza età che decidono di partire per il Messico per diventare cowboy, è soprattutto un topos della letteratura horror e fantasy, e non a caso fioriscono i remake dei film di Sam Raimi e George Romero.

In Italia, intanto, a 25 anni dalla morte di Sergio Leone, papà degli spaghetti western, esce per Bompiani Il buono, il brutto e il figlio del cattivo, di Nelson Martinico. Un omaggio tra il cialtronesco e il malinconico ai vecchi miti del Far West, protagonisti i tre memorabili personaggi del regista, invecchiati di vent’anni. La nostalgia per un’epoca eroica segnata sì dalla violenza, ma anche dallo spirito d’avventu"ra e da valori come il coraggio e l’amicizia. C’era una volta il West.

Leggi Panorama Online

© Riproduzione Riservata

Commenti