piatto Alberto Sanna
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Quanto è buono (come idea), il cous cous!

Non solo un piatto ormai popolare. L'alimento è diventato il volano per San Vito Lo Capo, sede del Cous cous fest. Un esempio da imitare

Potrebbe essere una case history da illustrare agli studenti della Bocconi, ovvero un esempio virtuoso di come mettere a reddito “un’azienda”.

L’azienda in questione è in un piccolo paese della Sicilia, San Vito Lo Capo, poche anime, fino a 20 anni fa ignoto ai più, conosciuto solo dai locali per la sua spiaggia caraibica. Poi è arrivata l’idea: farne il caput mundi del cous cous, alimento povero e molto molto internazionale. Organizzare cioè una festa-crocevia di mondi e di modi di mangiare, ma non solo, di vivere la diversità in ogni sua forma, dalla cucina alla musica, al modo di vestire ai gusti sessuali.

E così quell’idea ha creato un business senza pari veicolando il nome di San Vito Lo Capo non solo nei giorni del Cous cous fest: il paese si è trasformato, si sono aperti ristoranti e poi bed and breakfast, hotel e di colpo sono in molti ad avere un conto in banca pingue.

La 19esima edizione (16-25 settembre) ha superato le 260mila presenze, con un giro d’affari e un’esposizione mediatica da record. Eppure… eppure anche qui viene fuori l’Italia dei guelfi e dei ghibellini, di Peppone e Don Camillo, di destra e sinistra (ma cosa vuol dire, oggi?) e così insieme alla festa c’è il mugugno molto italiano del «non è mai abbastanza».

Controlli, impicci burocratici a spiovere e polemiche ad ogni fiato (l’esplosione è avvenuta con il concerto di Alvaro Soler, che ha bloccato l’unica strada per arrivare al paese siciliano). Insomma, una festa ma anche una sfida per gli organizzatori, la Feedback società leader di eventi, e per Matteo Rizzo, il sindaco, un signore dall’aspetto pacioso ma con il piglio del manager della cosa pubblica: “Il reddito pro capite dei sanvitesi è il più alto nella provincia di Trapani. I controlli sono giusti: l’evento necessita di tutte le autorizzazioni, piani di evacuazione, scie sanitarie. E ci sono. Abbiamo la responsabilità di migliaia di persone. Però mi piacerebbe che crescesse una classe “dirigente”, se così si può dire, che capisse quanto questo marchio del cous cous ci stia dando e quanto ci potrà dare in futuro”.

Si sta pensando infatti di portare il Cous cous fest in tournèe e l’edizione si è chiusa con un saldo attivo percentuale di presenze a due cifre.

Il segreto di questo evento? L’equilibrio. In tutto. E la professionalità. Un esempio: gli incontri di gara e i cooking show vengono presentati da Eliana Chiavetta, una ragazza che se vivesse a Milano sarebbe già su un canale nazionale; al suo fianco, Andy Luotto e Federico Quaranta, stili diversi ma due fuoriclasse del microfono. Due i concorsi: quello nazionale e quello internazionale. E due anche le giurie, una tecnica e una popolare. Nessun effettaccio alla Master chef ma tanta passione nel presentare i piatti. Alberto Sanna, un giovane sardo ha vinto il concorso italiano e si è poi portato a casa anche il premio della giuria popolare in quello internazionale.

La squadra della Palestina ha vinto invece la gara internazionale.

Ma a vincere è stato il paese con le strade gremite, la piazza, sede dei concerti, straripante, negozi e ristoranti pieni e la spiaggia popolata come quella di Rimini. Per l’appunto, una case history perfetta per un corso all’Università Bocconi….

 

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