L'America scopre la "città dei diari" in Toscana

Il New York Times celebra Pieve Santo Stefano, paese di 3280 anime, ma con oltre 7.000 memorie di privati cittadini

– Credits: Gettyimages

Eleonora Lorusso

-

Solo qualche settimana fa il New York Times aveva dedicato spazio alle isole italiane, considerate vere "perle" da scoprire e riscoprire, soprattutto quelle che negli anni hanno ospitato penitenziari o sono state sede di esilio, da Pianosa a Ponza, passando per l'Asinara e Gorgona . Adesso tocca invece a un piccolo comune toscano, che il quotidiano della Grande Mela ha celebrato , definendolo "la città dei diari". Si tratta di Pieve Santo Stefano, un paese dai soli 3279 abitanti nell'aretino, ma che conta qualcosa come oltre 7.000 diari.

Sono le memorie di gente comune che dal 1984 Saverio Tutino ha deciso di raccogliere con la sua fondazione. Racconti privati, la maggior parte dei quali risale ai primi del '900, ma anche comprendono anche diari del XIX secolo. In tempi in cui i propri pensieri sono affidati ormai (quasi) solo ai social media, il valore delle parole scritte sembra affascinare soprattutto l'altra sponda dell'Oceano e in particolare la "città che non dorme mai", frenetica, caotica, modernissima, ma anche forse priva di una memoria collettiva come quella del piccolo borgo toscano, in provincia di Arezzo.

Alcune delle memorie - scrive il New York Times - sono "velocemente scarabocchiate su pezzi di carta, altre affidate a preziosi quaderni rilegati in pelle, altre ancora dattiloscritte, ma tutte opera di gente comune, come operai e casalinghe". Insomma, uno spaccato di società forse poco noto persino nel Belpaese. Molti dei diari, raccolti da Tutino - a sua volta "diarista" e giornalista, scomparso tre anni fa - erano stati affidati al comune dagli stessi autori, mentre altri sono stati consegnati alla fondazione dai familiari ed eredi, negli anni più recenti. Non tutti sono di facile comprensione, anche perché molti sono scritti in dialetto o da persone che conoscevano poco o niente la lingua italiana. 

Ma il loro valore sembra oggi maggiore rispetto al passato: "Tutino pensava che ognuno di noi è parte di un gruppo e che tutti insieme costruiamo la storia" spiega al New York Times Loretta Veri, ex responsabile del museo dei diari di Pieve Santo Stefano. Tra i "gioielli" custoditi nel piccolo borgo c'è il diario di Clelia Marchi, scritto inizialmente su di un lenzuolo bianco in mancanza di carta. La donna, originaria di Mantova, vi racconta la sua vita a partire dai primi del Novecento, come su una sorta di "sindone" laica. 

Insieme al suo diario c'è spazio anche per i racconti di un operaio siciliano, Vincenzo Rabito, o per i bigliettini di Orlando Orlandi Posti, un partigiano imprigionato durante la Resistenza, che scriveva a familiari e fidanzata, per avvertirli delle imminenti retate dei soldati tedeschi. E siccome anche nell'era 2.0 c'è chi ancora ama prendere carta e penna, ogni anno a settembre si svolge un concorso che premia i diari più interessanti.  

© Riproduzione Riservata

Commenti