Mimì De Maio

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Quando pensi New York, pensi tante cose. Una di queste, forse la più rappresentativa è il Jazz. Non che fosse nato da queste parti, ma è qui che oggi pulsa in ogni angolo della città. Continua a muoversi, ad “improvvisare”, a seguire l’evoluzione delle cose. Ho così deciso di fare un viaggio nei migliori locali di New York e fare un punto della situazione sul rapporto con i musicisti italiani presenti qui, accompagnato da una preziosa guida: Enzo Capua, l’italiano del jazz a New York, colui che ha esportato “Umbria Jazz” nel mondo, componente dell’Associazione Italiani musicisti di Jazz, giornalista e regista che ha fatto conoscere al pubblico americano “gente” come Stefano Bollani, Enrico Rava, Francesco Cafiso. Continua ancora oggi a tessere reti tra il jazz americano e quello italiano.


Ci diamo appuntamento a casa sua sulla 55esima street al 19esimo piano di un bel palazzo, a 200 metri dal Central Park e a un passo dal Moma. Ci incamminiamo e intanto mi racconta della sua decisione di trasferirsi qui nel novembre del 1999. Non per il jazz. “All’epoca lavoravo per la Rai come giornalista e regista. Ho raccontato anche l’11 settembre per la tv italiana”. Il jazz da sempre una sua passione, è entrato per caso nella sua vita. Ha iniziato a scrivere per Musica Jazz, poi l’incontro con “Umbria Jazz” e l’idea di internazionalizzare la più rappresentativa manifestazione italiana del settore. Enzo non solo ha organizzato alcune edizione nella city ma dall’America cura i rapporti con i musicisti americani e costruisce continuamente ponti. È molto fiero di una sua creatura, la rassegna “Italian women in jazz” festival interamente al femminile.
Decidiamo di tracciare una mappa dei luoghi dove oggi si suona del buon jazz. Mi aspetto di sentir parlare prevalentemente di Harlem, il quartiere nero che si sviluppa tra la Martin Luther King jr e la Malcom X Boulevard. E invece non è più così. Il jazz non è solo Harlem, lo era tanti anni fa. La città è cambiata. Il “Cotton Club” (656 W 125th St) non è più quello di una volta. “Lenox lounge” ha chiuso tre anni fa. C’è oggi il “Gin Fizz” (308 Malcolm X Blvd), sulla  125esima all’angolo con Malcom X Boulevard, fanno il mercoledì delle Jam Session straordinarie. Il grosso si è spostato giù: “Smoke Jazz & Supper Club” (2751 Broadway) e Cleopatra’s Needle (2485 Broadway) per esempio.

Mentre passeggiamo vediamo un barbone chiedere le elemosina, e un attimo dopo un uomo ben vestito, con passo veloce e  tipico cappuccino in un bicchiere di cartone gli passa accanto. “Vedi Mimì, New York è così. È una città in cui tutto cambia velocemente, e realtà estremamente diverse coesistono in un’armonia senza eguali. Il jazz è così e New York è la sua casa naturale”.
In questa città si spostano continuamente gli interessi e le scene. È accaduto anche nel campo dell’arte. Oggi la zona per eccellenza dell’arte contemporanea è Meatpacking ed East Village, ma prima ancora era Soho. Accadde che Leo Castelli, noto gallerista, decise di aprire una galleria a Soho e alterò gli equilibri.

La stessa cosa è accaduta per il jazz. Ad Harlem i giovani ascoltano rap, hip hop. È rimasto l’Apollo Theatre. In un’economia di mercato anche un locale jazz deve fare i conti con il business. “Birdland” (315 W 44th St) oggi è a Time Square, c’è “Iridium” (1650 Broadway), una volta era molto più attivo oggi è meno attraente. Da li ci dobbiamo spostare al Greenwich Village dove ora c’è il nucleo del jazz di New York: “Blue Note” (131 W 3rd St), “Village Vanguard” (178 7th Ave S) che è l’unico che da 80 anni è sempre nello stesso posto, a New York è impossibile che una “cosa” del genere accada. Poi c’è “Mezzrow” (163 W 10th St) e “Smalls” (183 W 10th St) entrambi del musicista Spike Wilner. Con lo stesso biglietto (20,00 $) puoi entrare in entrambi. Un altro locale un po’ più giù si chiama “Fat Cat” (75 Christopher St). “Pensa è una sala giochi, ping pong e biliardo ma si suona del buon jazz” mi racconta sorridendo. Costa anche poco!
Enzo ha deciso di trasferirsi a New York ma la sua missione è il jazz italiano. Mi racconta del fervore musicale italiano che c’è nella grande mela. Una nuova Italia che si contamina quotidianamente con la city. Sono tantissimi i jazzisti di valore che vivono a New York.

Alcuni nomi: Ada Rovatti sassofonista, ha inciso molto negli USA, Patrizia Scascitelli suona il pianoforte, Daniela Schaekter di Messina bravissima pianista, Joseph Lepore contrabbassista, la pianista Simona Premazzi. Roberta Gambarini, la più famosa di tutti, è l’unica vera star che abbiamo in America. Ha avuto la copertina di “Jazz Time”, una consacrazione per un musicista jazz, nessun italiano ci è riuscito. Ed ha avuto anche una nomination ai Grammy Awards. I musicisti italiani non fanno “comunella” tra di loro, suonano tanto con gli americani.  “Qui non ci sono pregiudizi di alcuna natura. Se sei bravo suoni, vai avanti”, è netto su questo concetto. Poi ci sono le star italiane, che non vivono qui ma che sono molto apprezzate come Francesco Cafiso, Stefano Bollani, Enrico Rava e Roberto Gatto. Il jazz forse è l’unica vera forma di arte che gli americani hanno inventato, l’unico linguaggio creato da loro. In passato erano molto protettivi. “Anni fa nei negozi di dischi trovavi un unico scaffale, piccolo, con su scritto ‘jazz europeo’. Oggi è tutto mescolato” mi racconta con un pizzico di orgoglio.
Più trascorro tempo a New York e più penso all’Italia ed al potenziale inespresso. Provo quindi ad approfondire il punto di vista di Enzo su possibili soluzioni per dare impulso al mercato italiano. “Cosa fa di più l’America per rendere così vivo e fiorente un prodotto culturale come il jazz?” chiedo!
“Nulla di troppo” mi risponde con ironia. In America la principale fonte di sostegno delle imprese culturali sono le donazioni private. È possibile detrarre l’intera cifra dalle tasse. Questo è un ottimo incentivo e crea grande movimento finanziario e favorisce il sostegno di progetti culturali. Mi racconta che Wynton Marsalis raccolse 180 milioni di dollari per far nascere la casa del Jazz a “Lincon Centre”. Il comune di NY diede “solo” 10 milioni di dollari, la Coca Cola altri 10 milioni, il resto arrivò da privati. “Ho partecipato ad una cena a casa di un miliardario con 10 persone, accompagnavo Francesco Cafiso quella sera. Raccolsero 10 milioni di dollari per la casa del Jazz”.
Il cielo inizia ad imbrunire. Mentre siamo per salutarci, leggiamo su una targa “Swing Street” alla 52esima tra la 5 e la 6 ave. Tra i primi anni ‘40 e ‘50 c’erano tantissimi locali jazz. “Bird”, il famoso film è ambientato in questa strada. Ora non ci sono più locali, solo uffici ma è una strada talmente importante che nonostante tutto pulsa ancora di musica e chissà che un giorno qualche visionario non ne aprirà di nuovo uno. A New York le cose corrono veloci, e tutto può accadere.

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