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Digitale, l'inquinamento invisibile che divora l'elettricità mondiale

Oltre alla plastica, anche l'uso sfrenato della tecnologia ferisce il pianeta. L'intervista a Luciano Floridi, professore a Oxford

Plastica-apertura

Marco Morello

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Abitudini quotidiane come intasare i social network di foto, scaricare video, giocare in streaming a qualità da cinema, rubano al pianeta dosi enormi d’energia: secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Nature, l’uso degli strumenti digitali divora già oggi il 10 per cento dell’elettricità mondiale. Senza un intervento di razionalizzazione, nel 2030 si rischia di arrivare al 20,9 per cento. Un drenaggio sovrabbondante di risorse, che potrebbero essere risparmiate o destinate altrove: «Il problema è serio. Aggravato da un pregiudizio: tutto il consumo che non vediamo, pensiamo non esista» spiega Luciano Floridi, filosofo, professore di etica dell’informazione all’università di Oxford, tra i più quotati teorici mondiali delle nuove tecnologie e del loro impatto sul quotidiano.

Professore, come si curano i mali tangibili provocati dall’intangibile per eccellenza, dal digitale?

Chiedendo aiuto all’intelligenza artificiale. A sistemi che, lavorando in maniera invisibile e autonoma, riescano a ridurre quei consumi. Google ha abbassato quelli relativi al raffreddamento dei suoi server del 40 per cento grazie al software di DeepMind, la stessa AI che fa notizia perché sconfigge gli esseri umani a scacchi e a Go.

E noi esseri umani, nel quotidiano, non possiamo fare nulla? Contro le bottiglie di plastica si stanno affermando le borracce: che ne pensa di una campagna per coltivare una coscienza digitale?

La coscienza digitale è cruciale, ma eliminare tutto il superfluo è impossibile, vuol dire sfidare la nostra natura. Meglio stimolare le multinazionali dell’hi-tech e le start-up a sviluppare app che regolino e moderino gli eccessi dei nostri dispositivi, che gestiscano l’illuminazione e il riscaldamento nelle nostre case. Il superfluo che non si può eliminare va gestito in modo intelligente.

Basteranno gli automatismi per imporre una svolta green?

Il punto è comprendere che non abbiamo alternative. Se l’economia digitale non sposa quella verde, non ci saranno generazioni che guarderanno indietro e ci malediranno. Giusto la prossima avrà il tempo di farlo. Ribaltando Manzoni, questo matrimonio tra tecnologia e natura s’ha da fare, un divorzio sarebbe catastrofico. Resta poco margine prima che il pianeta soccomba di fronte all’impatto dell’industrializzazione che gli abbiamo imposto.

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Il professor Luciano Floridi – Credits: Ian Scott

Che strada suggerisce?      

In passato l’economia era circolare e povera: non si buttava via niente, perché serviva tutto. Poi è diventata lineare: un oggetto si compra, si usa, se si guasta al massimo lo si ripara, se si rompe di nuovo lo si getta via e lo si ricompra. Non funziona più così. Bisogna recuperare. Dobbiamo rendere l’economia circolare, però ricca. Il mio non è un inno al pauperismo, un’apologia delle rinunce. Non invoco il taglio dei consumi, ma la gestione intelligente delle fonti da cui vengono generati. Salvando e riutilizzando le risorse, usarle meglio anziché disperderle.

Chi dovrebbe imprimere questo cambio di direzione?  

Il mercato da solo non può farcela. È rozzo, taglia netto come un coltello, occorre un bisturi. Quel bisturi è la politica. Il problema è che oggi non abbiamo chirurghi all’altezza di un Cavour, un Richelieu, un Bismarck. Non c’è visione, mentre ci servirebbe una legislazione informata e intelligente.

Quale sarebbe una priorità?

Devono emergere i costi reali. Se compro una maglietta a 5 euro, spese di spedizione incluse, è evidente che non sto pagando i costi ambientali e umani di quel bene: la devastazione scriteriata dell’ambiente per ottenere tessuti a poco prezzo o i diritti umani mai rispettati di chi ha cucito quel capo. Ma quei costi non sono cancellati: sono rimandati. Di questo passo, pagheremo tutti il conto. Ecco, propongo di ripartire da qui: fare in modo che l’economia sia al servizio di tutta l’umanità e dell’ambiente.

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