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Che cos'è il 'swedish death cleaning' e perché può servire a tutti noi

Un libro svedese suggerisce di sgombrare casa dalle cose inutili come gesto di affetto verso i cari prima della nostra morte

disordine

Marta Buonadonna

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Sono nata nel bel mezzo della crisi petrolifera degli anni '70: a casa mia si spegneva la luce ogni volta che qualcuno metteva anche solo la testa fuori da una stanza. Sono cresciuta negli opulenti anni '80: non lo erano particolarmente per la mia famiglia, ma è lì che tutto è cominciato. Cosa? L'impetuosa ondata del consumismo.

Comprare cose per il gusto di possederle, cose che col tempo sono diventate sempre meno durature, che quindi vanno buttate via e sostituite, ma dalle quali con il passare delle primavere si ha sempre meno voglia di separarsi. Si accumulano sul fondo degli armadi, sugli scaffali delle librerie, nei ripostigli, nelle dispense, per non parlare delle cantine. E un giorno qualcuno dovrà buttarle via.

Dopo l'orgia consumistica che, come innumerevoli ricerche sociologiche hanno dimostrato, non ci ha reso più felici, oggi la parola d'ordine, rigorosamente inglese, è decluttering, sgomberare, fare ordine.

Prima c'è stata Marie Kondo, beniamina di tutti coloro, me inclusa, che hanno desiderato cassetti che si aprono e si chiudono agevolmente, il piacere di trovare subito le cose che si cercano e più in generale la possibilità di ampliare il proprio spazio vitale, sottraendolo alle cianfrusaglie che ci assediano. Il suo libro Il magico potere del riordino ha stravenduto in tutto il mondo e la sua giovane autrice è diventata una star.

Ora un'anziana signora svedese rischia di soffiarle fama e lettori.

Si chiama Margareta Magnusson, ha un'età compresa tra 80 e 100 anni, che evidentemente non ha voglia di rivelare con maggiore precisione, e ha pubblicato un libro dal titolo, sempre in inglese, perché in Italia ancora non è arrivato, The Gentle Art of Swedish Death Cleaning.

La parola svedese döstädning, che compare nel titolo originale, significa letteralmente "fare pulizia in vista della morte" e il volume dispensa consigli su come fare ordine per aiutare coloro che, dopo la nostra dipartita, si troveranno a mettere le mani tra i nostri averi. Nel suo caso di tratta di cinque figli, ai quali in futuro sarà risparmiata molta della fatica. 

Il concetto di fondo

Bisogna prendersi la responsabilità delle cose che si posseggono e occuparsene prima che diventino un peso per amici e familiari. Magnusson è giunta a questa riflessione dopo la morte dei propri genitori, dei suoceri e del marito, occasioni nelle quali ha dovuto smistare, tenere e buttare i loro oggetti personali, un lavoro improbo, che di solito tra l'altro ci si trova a svolgere all'indomani di un lutto, il che lo fa diventare doppiamente faticoso. A quanto pare la pratica di cominciare a fare pulizia delle proprie cose quando si raggiunge una certa età è piuttosto comune in Svezia, dove è vissuta senza imbarazzi o tabù, come un semplice segno di civiltà. Ha molto a che vedere con una cultura che innalza a valore la capacità di essere indipendenti e non essere di peso per gli altri.

La differenza principale tra il decluttering e il death cleaning è che mentre il primo lo si fa solo per sé, per vivere meglio con meno cose e più ordinate, il secondo è fatto pensando ai posteri. Una domanda da porsi ogni volta che si deve scegliere se liberarsi di un oggetto di qualunque tipo è: "C'è qualcuno che conosco che sarà più felice se lo tengo?". Ciò che si decide di tenere, a quel punto, deve avere un significato o un valore affettivo, non più per sé ma per chi rimane quando noi non ci saremo più. Quando ho appreso di questa pratica ho cominciato a mandare vaghi messaggi trasversali a mio marito sul fatto che la sua collezione di pacchetti di sigarette vuoti, messa insieme in anni molto giovanili, non emoziona me quanto emoziona lui, e che da qui a cent'anni se dovessi sopravvivergli sarebbe la prima cosa che butterei via, ma per ora lo scatolone rimane dov'è, cioè a prendere polvere in cantina, togliendo spazio ad altro ciarpame, il mio.

Solo ciò che serve

Grazie ai numerosi traslochi fatti nella sua vita, in tutto 17 in Svezia e all'estero, Magnusson ha imparato molto su come scegliere cosa tenere e cosa buttare. In effetti non c'è niente di meglio di un trasloco per fare un po' d'ordine, ma certo esistono sistemi meno faticosi per liberarsi del superfluo che cambiare casa. Ridurre la quantità di beni personali si rivela comunque un'ottima idea proprio in vista di un eventuale trasloco verso una casa più piccola, situazione nella quale ci si può facilmente trovare quando si diventa anziani e si ha bisogno di meno spazio.

Occorre avere uno sguardo critico e disincantato e pensare realisticamente a come è la propria vita e non più a come era. Ma certo questa è anche l'occasione per rivivere i ricordi, belli e brutti, che rimangono con noi, rassicura Magnusson, anche quando l'oggetto che li ha suscitati non c'è più.

Butta o ricicla

La regola numero uno è evitare di cominciare dalle fotografie. Come del resto suggeriva anche Marie Kondo, i ricordi non sono un buon punto di partenza per fare pulizia, si rischia di restare impantanati nel passato e che nel frattempo passi la voglia di portare a termine il compito. Meglio cominciare dall'armadio: vestiti, scarpe, accessori. Sopratutto da una certa età in poi non ti fai più molte illusioni su quello che potrebbe tornare a starti bene o sulle occasioni che potrai avere di indossare quel bel vestito che non metti da 20 anni.

Buttare via le cose vecchie e rovinate, che magari nemmeno ci ricordavamo di avere e che sottraggono spazio a indumenti utili, è solo uno dei modi per liberarsi di ciò che non vogliamo tenere. Noi tutti siamo anche pieni di cose che sono ancora in ottimo stato, magari mai usate, e che potrebbero essere regalate ad altri, evitando in questo modo di comprarne altre. Insomma per l'autrice svedese il riciclo non è peccato, anzi tutt'altro, l'importante è che il regalo sia fatto pensando ai gusti di chi lo riceve e non solo alle necessità di chi si libera dell'oggetto in questione, sia esso una sciarpa, un libro o un vaso.

Password e segreti

Su un punto del programma mi sento già molto avanti, quello che prevede di lasciare tutte le password in un quaderno per i propri cari, in modo da aiutarli a gestire i propri beni e profili digitali. Io ce l'ho e mi sento a posto, anche se sotto il profilo della sicurezza tutti mi dicono che è una pessima idea. Su un altro punto dovrei invece ancora lavorare, si tratta di mettere in una scatola tutto quello che ha valore soltanto per me, e che non desidero lasciare dopo di me (lettere, foto, diari e cose del genere) ed etichettare la scatola come "da buttare", spiegando ai miei cari che è ciò che desidero che facciano dopo la mia morte, senza aprirla per sbirciare tra i miei segreti ovviamente. Se voi siete poco sentimentali potreste anche bruciare tutto subito e togliere i parenti, soprattutto i figli, dall'imbarazzo.

Cominciare da giovani

Perché la cosa funzioni, comunque, non basta fare un unico grosso repulisti, chessò, a 65 anni, per poi non pensarci più. Il death cleaning non è un evento ma un processo, che prosegue per il resto della vita. Ogni tanto si dovrà tornare a considerare ciò che si ha e nuovamente scegliere, se necessario, di buttar via altra roba. Un buon modo per ridurre il più possibile il lavoro, consiglio valido secondo l'autrice anche per i più giovani, è quello di smettere subito di accumulare scemate. Io mi sono riproposta di farlo da un po' di tempo, e ameno all'inizio non è facile. Quando qualcuno vuole omaggiarmi di un gadget pubblicitario o un conoscente mi fa un orrendo regalino natalizio, mi impongo di rifiutare ciò che posso e di buttare il più presto possibile ciò che sarebbe cafone respingere al mittente. Mio figlio mi sorride deliziato ogni volta: sa che lo faccio anche per lui.

In questo video (in inglese) l'autrice racconta la filosofia alla base del libro

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