L'esame di maturità e l'esercito dei disadattati
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L'esame di maturità e l'esercito dei disadattati
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L'esame di maturità e l'esercito dei disadattati

Riformare il sistema scolastico sul sistema pedagogico di Sparta sarebbe un toccasana per l'ingresso dei giovani nel mondo degli adulti

La parola “maturità” dovrebbe trascendere il mero pezzo di carta e proiettare il “maturando” verso una dimensione più spirituale, biologica, evolutiva: crescere.

Ma la maturità serve davvero a maturare?

Gli anni delle superiori sono un’inconsapevole scalata verso la fine di un mondo, quello scolastico, che per sua stessa natura, oggi, fa rimanere bambini la maggior parte degli studenti.

Una volta arrivati in cima ci si domanda: e adesso?

Erano abituati a pascolare in un ambiente ovattato, falsato, protetto, come pecore in un recinto, preda di una routine in cui tutto è a misura di studente.

Fuori li attende la jungla.

Cosa faranno da grandi?

Quella scelta che alle superiori fu fatta da genitori protettivi, secondo criteri di ambizione e tradizione familiare, spetterà prevalentemente a loro. Certo, c’è una quota che si farà indirizzare dal nepotismo paterno (devi fare il medico, l’avvocato, l’architetto, così prendi il mio posto in studio) ma la maggior parte dei maturati sceglierà con la loro testa, cioè a caso.

I percorsi che li aspettano sono tendenzialmente velleitari, futili, scoraggianti. E perderanno anni su anni, nell’inedia, nelle sabbie mobili dell’università, condannati a spostare sempre più in là l’orizzonte dell’adolescenza, idealmente ancorati ai bei tempi delle superiori, quando tutto era più facile, si potevano mangiare anche le fragole e bla bla bla, nel disperato tentativo di non crescere mai.

Invece di maturare, invecchieranno direttamente, incapaci di coltivare i loro sogni o di dar loro concretezza.

Se la caveranno solo gli ammanigliati, quelli con le raccomandazioni già nel taschino, e poche mosche bianche, con qualche marcia in più, naturalmente se favoriti dal caso.

Gli altri sono condannati da una società che li alleva nella bambagia, destinati, anche se la crisi ha eroso una parte dei privilegi accumulati nel tempo, a rimanere degli eterni studenti. E non nel senso di persone che mantengono la rotta del “so di non sapere”, mossi da una curiosità che li farà diventare saggi.

Nel senso di avere sempre una giustificazione per non fare qualcosa o una scusa per fare sega dalle proprie responsabilità.

Poveri maturandi, li attende un futuro terribile.

Ma questo ancora non lo sanno.

Si baloccano con il sogno vintage di un interrail, sentendosi grandi viaggiatori, o con una settimana a Ibiza o a Mykonos, entusiasti del fatto di essere gaudenti turisti, sperando di scamparla con prime, seconde e terze prove.

I sociologi parlano dei giovani d’oggi come di “generazione perduta”, da un punto di vista lavorativo e esistenziale. Promuoverli in massa non li aiuterà.

Occorrerebbe una riforma radicale, che fonda scuola e mondo del lavoro, perché i giovani non crescano solo folli, ma soprattutto affamati.

Personalmente suggerirei di bocciarli tutti e a attingere a piene mani per una nuova riforma dal sistema pedagogico di Sparta.

Dai 7 ai 20 anni i giovani venivano separati dalla famiglia, educati a diventare fisicamente e moralmente robusti. La vita comunitaria li spingeva a una sana competizione. Quelli che non superavano il ciclo educativo venivano allontanati e non riconosciuti come cittadini.
Il futuro non sarà tenero per nessuno. Meglio essere preparati.

Qualcuno potrebbe obiettare che alla lunga questa severità portò la popolazione a ridursi drasticamente. Beh, come insegna quel film capolavoro di tamarraggine che è 300 di Zack Snyder e Frank Miller, con un monito che faremmo bene a prendere seriamente a modello per guardare al nostro avvenire, “Questa è Sparta!”.

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