L'American dream esiste ancora: si chiama coraggio di cambiare vita

Intervista ad una giovane giornalista italiana che oltreoceano ha trovato 'l'America'

Chiaro Basso appoggiata alla sua auto

Martina Panagia

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Tornata in Italia dopo il mio road trip per gli States ho ancora qualcosa da raccontarvi, o meglio, qualcuno da presentarvi. Avventure di “cervelli in fuga”, perché il nostro paese sta stretto a molti. Una delle tante storie che mi hanno colpita è quella di Chiara Basso, nata a Mantova e dal  2010 residente a New York dove fa la giornalista.

Chiara, quando e come sei arrivata a New York?
Sono arrivata nel 2010, dopo un lungo periodo di vagabondaggio. Finiti gli studi a 23 anni, ho sentito il bisogno di girare, fare, conoscere gente e posti diversi. Così ho fatto l’animatrice e l’assistente turistica tra Londra, Formentera, l'Egitto e la Francia. Ho capito in fretta però che quella non era la mia strada.

E come hai trovato quella giusta?
Stavo lavorando per MTV quando ho visto in televisione l'attentato alle Torri Gemelle. In quel momento ho capito che volevo fare la giornalista. Ho mollato tutto e sono andata a lavorare per la Gazzetta di Mantova e per una tv locale, Tele Arena, dove mi sono occupata di cronaca locale, cultura e spettacoli. Sono passata poi all'AGCOM, un'agenzia di stampa nazionale dove ho imparato tanto ma non avevo sbocchi e certezze per il futuro. Così sono venuta in America, a mettermi in gioco del tutto. E' andata bene.

Da sola a New York non deve essere stato facile…
Ovvio. Per fortuna il primo impiego è arrivato subito: normale lavoro di redazione nell’agenzia AMERICA 24 e nel frattempo inviavo articoli come corrispondente estera al Secolo XIX. Il difficile è stato trovare una casa: per giorni ho dormito su moltissimi divani di amici di amici mentre cercavo una sistemazione. Poco dopo sono rimasta senza lavoro. Ma non mi sono arresa ed ho cominciato a propormi come freelance.

Quando le cose si sono sistemate?
Quando è morto Osama Bin Laden. Mi sono precipitata a Ground Zero a raccogliere le testimonianze dei parenti delle vittime per il Secolo XIX, con cui avevo iniziato a collaborare stabilmente. Mi chiamò poi il settimanale Amica, per il quale ottenni la mia prima storia di copertina: un’intervista a Megan Fox!

L’esperienza più bella che hai vissuto qui in America?
Il lungo road trip in 500 per dimostrare agli americani che si può viaggiare anche con una macchina piccola e per documentare la ripresa dalla crisi economica.

Cosa ti ha colpito di questo viaggio?
Anche nella difficoltà le persone sono rimaste ottimiste e convinte che tutto si sistemerà. In Italia non è così, c’è pessimismo alimentato dai media e le persone sono disperate. Non spendono più e hanno paura del futuro.

Secondo te quest’ottimismo è dettato dall’American Dream?
Certo, anche se il significato del concetto è cambiato. Una volta il sogno era trovare lavoro, mettere su famiglia ed arrivare con tranquillità a fine mese. Ora il sogno è  la realizzazione delle proprie aspirazioni qualunque esse siano.

E in Italia non è così?
Assolutamente no. Se hai una buona idea, ti smontano. Steve Jobs se fosse stato in Italia, sarebbe rimasto solo un genio del computer impiegato in un’azienda.

puntureCosa cambieresti dell’Italia?

Gli italiani. Soprattutto i giovani, che aspettano troppo educatamente il loro turno. La classe dirigente è in ogni livello e ramo troppo anziana e troppo attaccata alle poltrone. I giovani non hanno e non si prendono i loro spazi, così invecchiano dietro scrivanie e stipendi bassi aspettando che si liberi un posto.

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