James Deen
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James Deen
Società

James Deen, il Bill Cosby del porno?

L'attore pornografico è stato accusato di stupro dalla collega ed ex compagna Stoya

L’attore pornografico più famoso al mondo, amato dalle donne e universalmente considerato “femminista”, è stato accusato di stupro dalla ex fidanzata, Stoya, a sua volta famosa attrice hard.

La coppia d’oro dell'ambiente dei film per adulti, trampolino per entrambi verso ambiti culturali più sofisticati (lui protagonista del film The canyons, sceneggiato tra gli altri da Bret Easton Ellis, lei modella di culto per fotografi affermati come Terry Richardson) si è sfasciata da un po’, ed ecco che i cocci diventano pubblici.

Il crollo di un mito

Nonostante l’attore abbia respinto le accuse come "false" e "diffamatorie", precisando che "rispetto le donne e conosco e rispetto i limiti sia professionalmente che nella vita privata" e tutto sia ancora da dimostrare (finora, quel che si sa, per parte della presunta vittima, si sa grazie a due tweet, a cui non sono seguite denunce o precisazioni di sorta), in queste ore stiamo assistendo al crollo di un mito: diverse aziende del settore pornografico - come Kink, “il maggior produttore di pornografia feticista e BDSM” - hanno già interrotto i contratti di sponsorizzazione con Deen, a cui è stata disdetta anche la collaborazione con il popolare sito The Frisky, dove teneva una rubrica di consigli sul sesso, mentre un’altra sua ex compagna, Joanna Angel, anche lei attrice pornografica, ha espresso solidarietà a Stoya e altre due hanno dichiarato di aver subito violenza. La sentenza è stata emessa prima di una (eventuale) sentenza. Tutti dichiarano di "credere a lei e non a lui", come la proprietaria di The frisky, che dichiara di "credere alle donne".

Il mostro in prima pagina

La sfilza di “mostri” nascosti è lunga e affollata: non solo il comico protagonista della popolarissima serie I robinson, pochi anni fa fece scandalo in Inghilterra la scoperta che Jimmy Saville, baronetto e conduttore televisivo che potremmo definire “il Mike Bongiorno inglese” aveva molestato decine di bambini.

Quando i fatti sono accertati, come in quei casi, sebbene “sbattere il mostro in prima pagina”, serva a poco, mettere sotto i riflettori queste sordide vicende permette almeno di non abbassare la guardia, sensibilizzando l’opinione pubblica e incentivando le vittime a non aver paura di denunciare i loro aguzzini.

Ma nel presente caso, in cui gli elementi giuridicamente rilevanti sembrano perlomeno scarni, un po’ di cautela in più non guasterebbe. Perché è un attimo trasfomare il sacrosanto "no significa no" (in contrapposizione alla credenza popolare per cui "99 no e un sì significano sì") nel pericolosissimo "sì significa sì", cioè trasformare la sessualità in un terreno in cui ogni ambiguità e ogni conquista vengono spazzate via per far posto a una raccapricciante burocratizzazione dell’intimità.

Garantismo per tutti

Il rischio è la giustizia sommaria, frutto di discriminazioni di genere, in cui l’uomo risulti sempre aggressore e la donna sempre vittima, e in cui, come prova delle avvenute violenze, bastino sospetti e dichiarazioni.

Il vecchio “è la tua parola contro la mia”, o il precetto "colpevole oltre ogni ragionevole dubbio" sembra non valga più niente. Negli scontri tra uomini e donne, in nome della parità, la tendenza comune sembra essere quella di usare due pesi e due misure.

La violenza non ha genere, la violenza è violenza, non ha niente a che fare con maschilismi e femminismi. Gli abusi (accertati) sono reati che devono essere puniti dalla legge (in molti casi, personalmente, sarei più incline a punizioni corporali e popolari che puramente detentive e istituzionali). E se si accerterà che Deen ha abusato di Stoya o di altri esseri umani, è nell’interesse di tutti che venga punito adeguatamente.

Ma non dovremmo scordarci il garantismo come principio fondamentale quando non ci sia flagranza di reato. Che a rovinare vite di innocenti attraverso macchine del fango messe in moto per fame di notizie e click, ci si impiega sempre un centesimo del tempo che devono poi spendere i calunniati per tentare, spesso senza riuscirci, di rimetterle insieme.

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