Hikikomori, adolescenti (auto)segregati in casa
Festival Internazionale del film di Roma
Hikikomori, adolescenti (auto)segregati in casa
Società

Hikikomori, adolescenti (auto)segregati in casa

Una nuova "moda" tra gli adolescenti arriva dal Giappone: sono gli hikikomori, ragazzini che si chiudono nella loro cameretta e non ne escono più. Oltre 30.000 casi anche in Italia

Il Giappone, specie per chi non c’è mai stato, è spesso considerato una terra di stravaganze inimmaginabili. Dall’altissimo tasso di suicidi, ai distributori automatici di mutandine usate, tutto da quelle parti sembra assumere dimensioni patologiche, alienanti, paranoidi.

E' Un posto dove fioriscono perversioni di ogni tipo, dove anche il rapporto con i cartoni animati e i fumetti finisce col diventare invalidante: gli otaku sono una realtà ormai consolidata da decenni.

Piano piano, però, scopriamo che quelle che consideriamo devianze normalizzate solo dalle parti del Sol Levante, iniziano a strutturarsi e ad assumere una valenza sociologica anche da noi.

È il caso degli hikikomori, cioè adolescenti che si autosegregano nelle loro camerette, e rifiutano ogni contatto col mondo esterno. A un certo punto non escono più, semplicemente. Così, sembrerebbe, che anche in Italia si registrino 2 o 3 decine di migliaia di casi (ma il fenomeno in Europa sarebbe anche più consistente, in Francia circa 80 mila, comunque distanti dalla centinaia di migliaia di adolescenti nipponici affetti da questo problema) di questi eremiti con l’acne e gli ormoni in subbuglio.

Che razza di adolescenti sono quelli che chiudono letteralmente la porta sul proprio futuro, decidendo di non averne nessuno?

Ci si interroga, per capire se ci siano correlazioni con un basso rendimento scolastico, con aree geografiche particolari, con il ceto familiare d’appartenenza.

Secondo recenti studi, non è chiaro da cosa derivi il fenomeno, anche se Internet viene spesso additato come il principale responsabile (altri dicono che si tratti invece di una specie di palliativo per un malessere che insorgerebbe comunque).

Per come la vedo io, la faccenda è più semplice: siamo troppo tolleranti con tutte le manie del nostro tempo.

Gli adolescenti, si dice, sono sempre problematici, bisogna capirli, aiutarli, ascoltarli, e bla, bla, bla. La verità storica, però, ci dice che l’adolescenza è “un’invenzione” moderna. Una volta, l’infanzia durava decisamente meno e la stragrande maggioranza dei bambini diventava presto adulta senza potersi permettere il lusso di passare per anni di indecisioni e paturnie.

Ora, non credo ci si debba spingere fino a rimpiangere i bei tempi del lavoro minorile in occidente, curando i ragazzini problematici sbattendoli in una profonda miniera di carbone come capita ancora oggi nei paesi capitalisticamente più giovani, come la Cina, che potremmo equiparare per condizioni di lavoro all’Inghilterra ottocentesca della rivoluzione industriale.

Ma il fanatismo con cui andiamo dietro a tutte le psicofrottole di moda rischia di farle diventare reali, e la totale mancanza di calci nel sedere rischia di legittimare ogni forma di richiesta d’attenzione portata avanti con perizia da parte dei comparti più fragili della nostra gioventù.

Le soluzioni spicciole, cioè pensare che dovremmo ripristinare le leve militari obbligatorie, o che dovremmo imporre forme di volontariato tipo servizio civile ai più giovani perché sviluppino una maggior coscienza come cittadini, probabilmente lasciano il tempo che trovano.

Ma niente mi toglierà dalla testa che questi giovani eremiti (tra tutti i comfort delle loro camerette piene di videogiochi e fibre ottiche, nutriti da madri devote) più che delle loro paure siano prigionieri delle nostre ansie di comprenderli.

Forse si sentirebbero meno legittimati a coltivare fisime come fossero funghi e sarebbero più grati delle enormi possibilità di cui possono godere, nonostante la crisi e economica e la crisi dei valori che si trovano ad affrontare, se avessero preso un paio di scappellotti in più (anche il battipanni, fino a pochi anni fa, prima della dittatura del Telefono Azzurro, era uno strumento pedagogico di rara efficacia).

Ti potrebbe piacere anche

I più letti