Fine anni Sessanta. Dal playboy al toyboy

Non ci sono più i latin lover di una volta

Credits: Ansa

Terry Marocco

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Formidabili quegli anni. Quelli della camicia bianca rigorosamente aperta sul petto e sul catenone, dei mocassini sfoderati senza calze, dei jeans bianchi attillatissimi, degli accendini d’oro, dei night e della coca. Gli anni dei playboy, il periodo d’oro di Saint-Tropez, la coda della Dolce vita, la fine degli anni Sessanta, ancora ingenui e divertenti: molta leggerezza, nessuna ideologia. Uomini belli, che amavano divertirsi, giocare a carte e corteggiare le donne. Uomini, si direbbe, come non ne nascono più.

Mentre la meglio gioventù iniziava la contestazione, Gigi Rizzi ballava a piedi nudi con Brigitte Bardot. Lui la portò a letto dopo una notte insonne, una mattinata passata a fare sci d’acqua, molto vino e una bouillabaisse. Vinse e convinse. Lei restò con lui tre mesi e per l’Italia fu come vincere una finale dei Mondiali contro la Francia. Ma oggi quale uomo ti porta a letto dopo aver fatto sci d’acqua e mangiato uno zuppone di pesce?

«Playboy: ragazzi che giocano, significa. Ma il gioco oggi non esiste più, la vita notturna è diventata volgare, la presenza violenta di certi media ha eliminato il senso di questi personaggi» racconta Marina Cicogna, produttrice cinematografica e dominatrice del jet set di quegli anni ruggenti. «Li incontrai per la prima volta a Cortina, era straordinario vederli tutti insieme: affascinanti, simpatici, leggeri. Erano le donne che li assalivano» ricorda. «Nessuno di loro lavorava, avevano mezzi di famiglia, vivevano bene. E comunque i soldi allora non erano così importanti». Oggi lo sono terribilmente e gli eredi dei vecchi playboy sono solo ottimi uomini immagine di loro stessi.

Così è Stavros Niarchos jr, erede della grande dinastia greca di armatori, che imperversa sulle copertine con donne da sogno, in un’abbuffata più mediatica che sessuale. Così è Lapo Elkann, troppo dandy, leccato, e preso da se stesso per essere un amateur come lo fu suo nonno in quegli anni Sessanta («Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che parlano di donne e quelli che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare» diceva Gianni Agnelli).

Nessuno di loro si sentirebbe di dire una frase (da reperto archeologico) come quella che Rizzi qualche anno fa pronunciò in un’intervista che aveva per tema la seduzione: «Basta un’occhiata mentre lo champagne sgorga nel calice». Ma quale occhiata, ma quale champagne... Oggi ci si incontra su un social network e ci si lascia con un sms e i maschi fanno fatica anche solo a immaginare di corteggiare una donna. È come andare al night (rimasugli di provincia) e chiedere «un baby», un whiskino. Capirebbe solo qualche vecchio cliente del Carillon di Paraggi o qualche sopravvissuto del milanese Nephenta.

«Ormai playboy è una parola senza senso, che può essere usata solo per raccontare certi sessantenni, che ancora frequentano i piano bar degli hotel, vestiti démodé, con la pochette vomitata dal taschino: di solito in compagnia di qualche escort, alias puttana. Ecco cosa è rimasto di una figura antropologicamente in decomposizione» racconta il giornalista Massimo Fini, che Rizzi lo ha conosciuto bene, incontrando quel mondo di notte, ai tavoli di poker («Perdevano, erano sprovveduti, ingenui, avevano una sventatezza adolescenziale» racconta) e che ha scritto la prefazione al libro che racconta la sua vita (Io, BB e l’altro ’68, a cura di Giangiacomo Schiavi). «Oggi al massimo ci sono i toyboy. E le mie amiche settantenni sono felicemente accompagnate da amorevoli ragazzi con la metà dei loro anni. Ma per i quali fanno tutto loro» sospira Marina Ripa di Meana, lei che li racconta nel suo libro Invecchierò, ma con calma (Mondadori): «Galanti, non sdolcinati, seducevano non per virtù amatorie, ma perché sapevano ascoltarti, soprattutto Gigi. La prima volta che andai a New York, fu con lui e Franco Rapetti. Scendevano al Pierre, allora l’hotel più in voga, dove riservavano una suite. Avevano uso di mondo, almeno di un certo tipo di mondo».

Il Pierre era frequentato anche da Gunther Sachs, il miliardario tedesco che inondò di rose rosse il giardino di Bardot, facendole precipitare dal suo aereo privato, solo per conquistarla (e ci riuscì, sposandola pure). Grandi regali, galanteria, beau geste: «Mi mandavano non mazzi di fiori, ma intere bancarelle. Eppure per i miei amici intellettuali loro restavano solo degli avanzi di balera» racconta Marina Ripa di Meana. Saint-Tropez oggi è un posto qualsiasi per ricchi russi e il Pierre a New York è stato chiuso e trasformato in un anonimo condominio. La cocaina non è più la droga del divertimento, ma qualcosa che serve a farti stare in piedi. Gli amateur, «coloro che agiscono sempre per amore», come li definì Beppe Piroddi, amante della vedova di Porfirio Rubirosa, Odile Rodin, si sono estinti prima dei panda. Forse anche perché non ci sono più le donne mito: inarrivabili icone come BB («prodotto da esportazione importante come le Renault» la definì Simone de Beauvoir), algide come Jacqueline Kennedy e la sorella Lee Radziwill, bellissime come Veruschka. «Lo scopo per quegli uomini era la conquista, pagarle era fuori questione» spiega Fini.

Scrive lo psicoanalista Luigi Zoja nel suo La morte del prossimo (Einaudi): «Nel mondo pretecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza. Il rapporto mediato e mediatico». Ma allora non esisteva il virtuale, come racconta Olghina di Robilant, scrittrice, giornalista, celebre testimone della Dolce vita: «Gigi Rizzi era emotivo, sapeva comunicare, condividere. Era dolce e affettuoso. Chi osa essere buono oggi? Non ha mai chiamato i fotografi a immortalarlo, non si curava dell’immagine. Era una bellissima cicala».

E se gli eredi mancano, i dragueur di allora sono finiti male: è morto il biondo Franco Rapetti, buttato giù da una finestra a New York, è morto Rodolfo Parisi, nobile ricchissimo figlio della celebre contessa Kiki Brandolini d’Adda, decapitato dallo specchietto di un autobus a Londra, a soli 35 anni. Si è suicidato Günther Sachs, assediato dall’Alzheimer. E Gigi Rizzi, l’ultimo highlander, è morto anche lui il 24 giugno a Saint-Tropez, nel giorno del suo 69° compleanno, strozzato da una malinconica tartina. «Piedi nudi, jeans, capelli al vento e via. Vaffanculo» diceva.

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