Elisabetta Canalis: "Il mio viaggio tra i profughi in Libano"

La show girl racconta in prima persona la sua esperienza come ambasciatrice Unicef nei campi che ospitano i bambini Siriani fuggiti dalla guerra

Elisabetta Canalis con una delegazione Unicef ha visitato cinque villaggi di profughi siriani nel Sud del Libano. Da quasi due anni c’è emergenza nei territori libanesi e il flusso dei profughi siriani, scappati dalla guerra, non sembra avere fine. Per due giorni, la nuova ambasciatrice del programma, è stata a contatto con i bambini che vivono nelle baraccopoli e che hanno bisogno di vaccini, condizioni igieniche dignitose e un’istruzione. Che oggi sembra essere l’unica speranza per il futuro.
Sebbene il momento personale non sia dei migliori (ha appena subito una interruzione spontanea di gravidanza), il viaggio era già in programma e lei non ha voluto rinunciare. Queste le sue sensazioni appena rientrata dal viaggio. 

di Elisabetta Canalis

Questo viaggio è finito e mi ritrovo sull'aereo che ci riporta a casa da Beirut. Ho tante immagini che si sovrappongono nella mia mente ma soprattutto sensazioni, alcune piacevoli altre sconfortanti. Sebbene Unicef svolga un ruolo enorme nel dare ai profughi siriani una ragione di vita in mezzo alla disperazione e alla miseria più nera è impossibile, quando si ritorna da un'esperienza del genere, non sentirsi in colpa per essere i fortunati vincitori alla lotteria della vita rispetto a chi, invece, rimarrà per sempre là e ti guarda andare via per tornare nel tuo mondo ovattato, fatto di pasti sani, docce calde e scelte di vita che dipendono solo da te.

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La giornata dei piccoli profughi siriani nei campi libanesi è una sfida quotidiana con la morte; quasi tre milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case per scampare alla guerra, più di un milione e mezzo sono bambini, e da mesi vivono in baracche di fortuna, che grazie a Unicef e ad altre Ong partners, sono diventate agibili, con bagni e tende in cui possono seguire le lezioni. Perché l’istruzione per loro è davvero l’unica possibilità di salvezza. Li guardi, sono piccoli e indifesi, e in un attimo comprendi come la loro vita sarebbe potuta essere diversa se solo avessero avuto, sin dalla nascita, le nostre stesse profilassi mediche e i vaccini per le malattie più elementari. Vaccini che costano circa un dollaro, niente, ma che per loro sono inaccessibili.

Però, in questo panorama desolante, c’è qualcosa che io definirei un miracolo, un segno di speranza e di amore che ti porta a pensare che non tutto è perduto. Sono le persone che decidono di lavorare per i profughi, 12, 15, anche 18 ore al giorno in zone rischiose, per non farli rinunciare a credere nel futuro. Con loro ho visitato cinque tendopoli, e non smetterò di ringraziarli per questo. Sembra assurdo ma è proprio così. Se devo cogliere qualcosa da quest’esperienza, è sicuramente la realizzazione che, quelli che stavo vivendo come drammi personali quasi insormontabili, paragonati alla situazione che queste persone oggi stanno vivendo, diventano ora più accettabili e meno dolorosi; ora ho la consapevolezza di avere delle chances rispetto a loro.

Non dimenticherò mai quei bambini, seduti per terra ma disciplinati, con la curiosità tipica di quell’età di partecipare  alle lezioni in classe, organizzate dai volontari, con l’unico obiettivo di avere un'istruzione e, magari un giorno, un lavoro normale che li possa inserire in un tessuto sociale dignitoso. Loro NON VOGLIONO RIMANERE PROFUGHI PER SEMPRE, e non devono.

Il momento più difficile è stato quello dei saluti, quando uscendo da una classe, una bambina di 6 anni, occhi neri e vestitino rosa, mi ha preso la mano e mi ha chiesto di non dimenticarli. E per essere ancora più sicura che io recepissi il messaggio, me l'ha  cantato in una canzone. Mi è sembrato qualcosa di più di un richiamo, quasi un segnale, un regalo che lei stava facendo a me e io dovevo cogliere e fare mio. Sono andata via promettendo loro di continuare ad aiutarli con i programmi Unicef e so per certo che lo farò.

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