Educazione. Caro papà, perché mi lasci solo?

La crisi del modello paterno: tra figli della provetta, madri (single) ingombranti e flop di molti matrimoni

Credits: Illustrazioni di Francesco Bongiorni

"Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre". È Telemaco, il figlio di Ulisse, a dire queste parole nell’Odissea, scrutando il mare di Itaca. Vecchie storie, si dirà. Peccato che da allora non sia invece cambiato niente. Anzi. Da quando il padre se n’è andato come modello, figura di riferimento e autorità morale (non sempre positiva, ma non importa), la nostalgia per lui s’è moltiplicata. E ha prodotto una cascata di effetti sociali e psicologici tale da trasformare, non in meglio, la stessa sostanza antropologica dell’Occidente.

Per convincersi che quella di Telemaco non sia una vecchia storia basta prestare orecchio alle odissee dei figli della provetta che si mettono alla ricerca del loro padre naturale. Come quella della trentenne canadese Olivia Pattern, che ha ingaggiato una durissima battaglia legale ancora in corso per conoscere chi sia suo padre. Non le basta sapere di essere stata concepita grazie al donatore di seme numero 128. E poco importa che la legge tuteli la privacy dei donatori o che qualche antropologo di sistema abbia dichiarato che la genitorialità è solo un dato di cultura. Chi taglia così corto si vada a vedere il documentario Anonymous father’s day di Jennifer Lahl, dove sono raccontati la «confusione genealogica» e il dolore degli adolescenti figli dell’eterologa alle prese con l’incertezza delle proprie origini.

E così i figli della provetta si ritrovano su internet in cerca dei fratelli biologici partendo dal numero dietro cui si nasconde il loro padre donatore. Perché è nell’incontro e nello scontro con il padre che la vita trae forza nuova, che viene generato il futuro. "Senza il suo sguardo, o anche la ferita inferta dal limite imposto dalla sua regola, si resta alla simbiosi con la madre" avverte lo psicoanalista Claudio Risè, che al tema del padre ha dedicato una vita di ricerca e di battaglia. "Il soggetto tardomoderno" continua Risé "privato del padre sente di essere fuggito davanti alla prova della vita che avrebbe fatto di lui un essere adulto: il confronto coi valori del mondo paterno". Perché senza padre alla fine si perde la dinamicità, la memoria, il senso del dolore.

Il padre è futuro. Nel suo Padri, Marco Pogliani racconta bene la spinta che viene dal passato dei padri, in una galleria di gesti, volti, parole che si snodano lungo le generazioni. Non solo la storia di una famiglia ma la celebrazione di quella forza naturale generata dalla continuità fra padri e figli.

Il padre è memoria. In Geologia di un padre Valerio Magrelli mette insieme gli appunti, raccolti per anni, sulla persona più importante della sua vita. Note scritte in maniera disordinata, ma che alla fine, alla morte del genitore, trovano una forma compiuta. Come a dare senso a un destino e a una continuità: "Sapevo che ogni richiamo era come un filo, il bandolo canoro di un’infinita matassa di storie". Perché fare memoria delle origini è il solo modo che abbiamo per vincere la morte. I ricordi sono materia fertile anche nel nuovo libro di Marcello Sorgi Le sconfitte non contano, appassionato dialogo fra l’autore e suo padre sulla storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Esercizio di memoria collettiva, quello di Sorgi: rievoca le battaglie di tutta una generazione che ha combattuto per consegnare ai propri figli un mondo migliore.

Paternità è però anche dolore, perdita, accudimento. Come racconta Antonio Socci in Lettera a mia figlia, uno straziante diario del lento risveglio dal coma di sua figlia Caterina. Ma c’è anche chi di paternità non vuole sentir parlare, chi la considera una funzione rottamata dai tempi liquidi dell’ultracapitalismo.

Il demografo Michel Terrier ha scritto un pamphlet titolato Fare figli uccide, elogio della denatalità, che riprende le tesi di Michel Onfray e Noël Godin, secondo i quali i figli sarebbero "un contributo allo sfruttamento capitalista" e una forma di inquinamento del pianeta. Si tratta di narcisisti lunatici che però nella loro ideologia assecondano una tendenza. David Brooks, giornalista del New York Times, ricorda che nel 1990 il 65 per cento degli americani dichiarava che avere dei bambini era molto importante per il successo del matrimonio; oggi lo pensa solo il 45 per cento. In meno di trent’anni in Spagna il numero dei matrimoni è sceso di 100 mila unità, da 270 mila a 170 mila, mentre il numero delle nascite oggi è inferiore a quello del XVIII secolo. In poco meno di vent’anni gli italiani non ancora padri a 35 anni sono passati dal 20 al 45 per cento. Persino in Brasile il tasso di natalità è sceso da 4,3 figli per donna di 35 anni fa a 1,9 figli di adesso.

Ed è poi vero che senza famiglia, senza figli e con più tempo libero a disposizione si vive meglio? Secondo lo stesso Brooks, che segue da vicino il tema, non è così. "La gente sta meglio" scriveva lo scorso novembre sul New York Times "quando è avvolta in impegni che trascendono la scelta personale. Impegni verso la famiglia, Dio, il lavoro e il paese. La famiglia tradizionale è un modo efficace per indurre le persone a prendersi cura degli altri e del futuro della loro nazione". E ha ragione. I dati presentati dai diversi "advisory council" che raccolgono i dati sulla situazione economica e sociale cui si ispira la politica di Barack Obama mostrano inoltre che le famiglie in cui mancano i padri sono più povere: i bambini in condizione di povertà sono il 7,8 per cento nelle coppie sposate, mentre salgono al 38 con le madri single. L’assenza del padre è per di più un fattore di rischio rilevante in tutti gli altri problemi: dall’uso di droghe alle grane con la giustizia, ai problemi di salute e di relazione. È di fronte a questa evidenza che nel discorso di insediamento in occasione della sua rielezione Obama ha detto: "Dobbiamo fare di più per incoraggiare la paternità. Ciò che fa di te un uomo non è la capacità di generare un figlio, è il coraggio di crescerlo. Famiglie forti creano comunità forti".

Non sarà un caso se quest’anno la Poetry Society of America conferirà a Robert Bly la Robert Frost medal, uno dei più importanti premi mondiali riservati alla poesia. Bly è il fondatore del movimento degli uomini americano che da un ventennio, con buona pace dei liberal che lo attaccano come "reazionario", parla di fame divorante del padre.

Perché alla fine dei padri è più facile parlarne male che farne a meno.

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