Società

Dimmi come prepari la valigia delle vacanze e ti dirò chi sei

Chi la fa all'ultimo, chi impiega settimane. Chi porta ogni cosa chi poco o nulla. fare la valigia dice un po' di quello che siamo

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Terry Marocco

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Di tutti i bagagli caricati sul Titanic se ne salvò solo uno. Era una sacca di tela di un passeggero di prima classe, Samuel L. Goldenberg. Quando venne trasferita sul Carpathia non era neanche bagnata. Quella borsa resta un mistero, un oggetto mitico. Ma la relazione che ogni viaggiatore ha con la propria valigia è qualcosa di molto speciale, come racconta Susan Harlan nel suo Fare i bagagli appena uscito per il Saggiatore.

Bagage è un termine che nasce in Francia nel Seicento, nel 1870 Louis Vuitton crea il primo baule piatto in cima, perfetto per essere impilato sulle navi. Un secolo dopo, nel 1972, un’azienda americana brevetta la valigia con le ruote. E nel 2014 nascono i trolley con localizzatore satellitare Gps integrato.

Dimmi cosa metti nei tuoi bagagli e ti dirò chi sei. Dalla sindrome (molto femminile) della lumaca, ossia chi per ansia si porterebbe dietro la casa, a chi ha l’ossessione di perderlo anche se contiene solo vecchie mutande e qualche cianfrusaglia. C’è chi lo prepara con notevole anticipo e chi butta dentro alla rinfusa qualcosa, la notte prima della partenza. Quelli che viaggiano solo dopo aver consultato il meteo e quelli che non lo guardano mai e nel dubbio mettono la cerniera all’armadio. Quelli che rinunciano a tutto, ma non alle letture, perché come diceva il protagonista del film Turista per caso: «Mettete sempre in borsa un libro per proteggervi dagli estranei». Chi avvolge gli abiti nella carta velina perfino per andare in India. Gli ipertecnologici che viaggiano solo col «power bank» incorporato per ricaricare lo smartphone tra uno scalo e l’altro. E gli sbadati impenitenti che arrivano in quota senza neanche un cachemirino e passano le vacanze a tremare. La nostra borsa dice di noi molto più di quello che pensiamo.

«Chi sa fare la valigia sa come vivere» ripeteva la stilista Diane von Fürstenberg. E chi meglio di Carlo Rossella, direttore di giornali e presidente di Medusa film, sa fare entrambe le cose? Detesta i trolley, ma è stato costretto ad adeguarsi: «Avevo delle belle Vuitton, che posso usare solo se vado su un volo privato. Ormai te le rubano, soprattutto in Medio Oriente. Mi sono arreso al trolley che mi fa orrore e in più ho un porta abiti». Confessa di non imbarcare la valigia per la paura che gli sale davanti al nastro. «Due paia di scarpe, camicie, biancheria. Faccio stare tutto e poi grandi laundry negli hotel.Una volta me la smarrirono, con dentro uno smoking di Caraceni. Ci misi sei mesi per ritrovarla. Un’altra volta stavo andando in Salvador durante la guerra e la persero. Rimasi in giacca e cravatta sotto le bombe. È sempre un incubo aspettare la valigia. E così prego San Cristoforo, protettore dei viaggiatori. E pure Sant’Antonio, che aiuta a ritrovare le cose perdute».

Oggi è difficile immaginare una vita senza bagagli. A meno che non dobbiate andare nello spazio, dove bisogna arrivare praticamente nudi, perché ogni grammo portato costa duemila euro. Lo racconta Alberto Giuliani, regista e fotografo, nel suo ultimo libro Gli immortali (il Saggiatore): «Gli astronauti della Nasa malgrado le restrizioni non rinunciano a piccole cose, che per loro hanno un significato importante. La foto dei laghi del Montana, una navicella della Lego, un seme di girasole». Giuliani viaggia da sempre, ama il Sudamerica e ogni anno torna in Patagonia. «Ho un bagaglio piccolo che non riempio mai completamente, per portare indietro qualcosa. È un modo per non staccarsi dal posto visitato». Non rinuncia alle medicine: «Sono ipocondriaco, mi carico qualsiasi farmaco e mai quello che alla fine mi servirà. Ma dopo anni di lunghi viaggi mi sono reso conto che le valigie non hanno più senso. Trovi tutto ovunque. E se vai in un luogo sperduto come l’Amazzonia, dove sono stato, non ti serve nulla».

Come scrisse Antoine de Saint-Exupéry: «Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero». Così è stato per Enrico Brizzi, che nell’ ultimo romanzo Il Diavolo in Terrasanta (Mondadori), ricorda la sua impresa a piedi, per terra e per mare, da Roma a Gerusalemme. «Da ragazzino partivo con bagagli da alpino, come se dovessi affrontare la ritirata di Russia. Una volta mi portai un’ascia per fare la legna. Oggi sono diventato più essenziale». Racconta di avere usato uno zaino da 45 litri per 12 settimane. All’interno un ordine rigoroso. «Uno dei miei amici aveva segato il manico dello spazzolino per salvare spazio». All’arrivo in Israele lo zaino era sfasciato. Continua Brizzi: «Quando viaggi il bagaglio diventa la tua casa, se lo perdi sei rovinato. È una grande metafora della vita: parti pesante per arrivare leggero». Siate minimal insegnano i sempre più numerosi blog di viaggi, come quello creato da Claudio Pelizzeni, Trip Therapy, dove racconta del suo giro del mondo in mille giorni senza aerei e con il diabete: «Lasciate i pensieri a casa, sono loro che pesano di più».

Proliferano le guide che rivelano metodi infallibili: Come fare la valigia perfetta di Hitha Palepu (Vallardi) ha elenchi per ricordarvi tutto. Come fare la valigia per ogni viaggio (Edt) svela le app che ti fanno (quasi) ogni cosa e le lavanderie migliori d’Europa. Tutti gli esperti sono concordi nel dire che non bisogna ridursi all’ultima notte. Fondamentale la lista, senza quella rischiate le dieci inutili magliette nere. Le calze vanno dentro le scarpe e le cinture arrotolate nel colletto delle camicie per salvare spazio.

Sembra facile, non lo è affatto. Monica Vitti aveva l’angoscia di scegliere, non sapeva mai cosa metterci dentro. E per questo detestava viaggiare, come racconta Marta Perego, conduttrice tv e autrice di La felicità è a portata di trolley (De Agostini). «Partivo piena di dubbi portandomi di tutto e poi dimenticavo il dentifricio» racconta «allora ho messo a punto una strategia: non si tratta di mettere dentro dei vestiti, ma di capire chi siamo noi. Oggi ho imparato a portare il meno possibile e, come insegna Marie Kondo, arrotolo tutto». L’imperatrice giapponese del riordino nel suo 96 lezioni di felicità consiglia:«Dovete rispettare gli stessi principi con cui avete organizzato gli spazi domestici. Mettete gli articoli più piccoli, come le mutandine, in una borsa a parte da infilare dentro e versate creme e prodotti liquidi in mini bottigliette».

Lo zen o l’arte di fare la valigia, ma chi è così bravo? «Gli uomini, naturalmente» scherza lo scrittore Matteo Nucci, viaggiatore e appassionato di Spagna e Grecia: «Siamo noi quelli maniacali, capaci di sopravvivere anche con pochissime cose. Le donne sono inadatte». Lui viaggia sempre con lo stesso zaino: «Ho l’approccio matrioska, tutto diviso in scomparti. Così trovo ogni cosa al volo». Più la valigia è piccola più vai lontano, diceva il celebre reporter di guerra Ryszard Kapus´cin´ski. «Negli anni i miei bagagli si sono ristretti» continua Nucci. «Per camminare bene si dice che bisogna avere sulle spalle un decimo del proprio peso. Io porto nove chili. Non rinuncio ai libri, piuttosto lascio i vestiti. E quando arrivo faccio il bucato. Non ho mai usato un trolley. Mi è toccato solo una volta. Ero stato minacciato da una fidanzata che trovava lo zaino un vezzo insopportabile. La feci contenta, ma poi mi lasciò ugualmente».

Fai i bagagli e vattene, è la frase che sancisce la fine di un amore. «Dentro quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare» cantava Julio Iglesias. Spiega lo psicoanalista Vittorio Lingiardi: «I bagagli hanno infiniti rimandi psicologici. Mi sembra di poter dividere l’umanità tra chi vede nell’oggetto un tormento e l’affronta con giorni di anticipo e quelli che buttano le cose dentro mezz’ora prima. Questo è un profondo indicatore tra chi vive una separazione come una vicenda complessa e chi l’affronta negandola». Per lo psicanalista è un contenitore delle nostre vite, perderla è lasciare una parte di noi. «Anna Freud disse che chi perde molti oggetti a sua volta è stato perso. La valigia mette in scena il tema delle nostre insicurezze. Chi parte con un bagaglio strapieno ha difficoltà a improvvisare. È qualcosa che non va mai dato per scontato. E chi ha un animale sa quanto loro ci stiano attenti. La mia gatta appena vede che tiro fuori la valigia capisce che sto per lasciarla, e fa la pipì ovunque».

Così scriveva la scrittrice e viaggiatrice Katherine Mansfield: «Io non credo all’animo umano. Non ci ho mai creduto. Credo che le persone siano come valigie, riempite di questo o di quello, spedite, sbatacchiate, scaraventate in aria, sbattute per terra, perdute e ritrovate». In fondo siamo ciò che ci trasciniamo dietro. 
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