Le lacrime degli uomini

In televisione, nei romanzi, nella coppia: il pianto, per secoli prerogativa femminile, è sempre più presente, e utile, nella vita dei maschi

Credits: Francesco Bongiorni

Walter Mariotti

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Purtroppo (per noi) le ultime famose sono quelle di Alessandro Pess, professione tronista. "Come da anticipazioni", infatti, il bell’Alessandro ha lasciato il programma televisivo Uomini e donne con il viso inondato di lacrime. Nonostante la fama di duro, conquistata "massacrando le ragazze in studio", Alessandro ha spiegato "che non se la sente di andare avanti con questa esperienza televisiva". Le ragioni? Una sola: la fine di "una storia d’amore lunga e importante", il cui dolore sarebbe costantemente riacceso dalle avance delle implacabili corteggiatrici. Lacrime rivelatrici dunque, non già del seduttore dal cuore di pietra che tutte le fan immaginavano, ma dell’anima sensibile di un tenerone con le pantofole. Cui nessuna curva può far dimenticare l’amore vero. Tanto desiderato quanto perduto.

Uomini che piangono. Sempre più spesso. Sempre più in pubblico. Sempre più facilmente. Rovesciando antiche consuetudini, immagini, credenze. Ma prima di tutto uno stereotipo che dura da anni. Perché le lacrime possono anche essere al maschile, come dimostra la mitologia greca, ma di certo non sono maschie. O no? "Dipende" sorride Ivo Stefano Germano, docente di sociologia dei processi culturali all’Università di Campobasso. "Certamente le lacrime pubbliche degli uomini sono un segno dei tempi, rappresentano l’effigie della deruolizzazione che attraversa l’identità globale contemporanea, maschile ma anche femminile.

Se infatti le donne da tempo e in velocità stanno assumendo le caratteristiche che un tempo erano considerate prerogativa dell’uomo, è inevitabile e quasi scontato che l’effetto opposto accada agli uomini, che si femminilizzano sempre più. Però, con le lacrime questo processo non c’entra. Perché gli uomini non hanno mai smesso di piangere".

In che senso? "L’idea che le lacrime siano appannaggio soltanto del femminile è un’idea non solo maschilista ma anche piuttosto recente e sbagliata. Gli uomini hanno sempre pianto, hanno sempre fatto ricorso all’ortopedia dell’anima di cui le gocce che scaturiscono dagli occhi, come ben sa la cristologia ortodossa, rappresentano il frutto più puro. La differenza con il mondo precristiano, per capirsi con Achille che piange nascosto nel silenzio, è che oggi l’uomo si concede il lusso del fuori, del pubblico, della telecamera. Non celare più i propri sentimenti, né a se stessi né agli altri. È l’ultima rivoluzione, in cui gioca un ruolo cruciale l’epoca di condivisione in cui avviene, con platee reali ma soprattutto virtuali sempre più grandi dove si rivela non solo l’emotività ma anche tutti i sentimenti che una volta erano off limits, tabù".

Lacrime pubbliche, insomma, come segno della metamorfosi dei sentimenti ovvero dei sessi. Ne sono convinti anche alla prestigiosa rivista Nature, che di recente ha ribaltato l’ennesimo stereotipo: il maschio che oltre a non chiedere non deve mai piangere, pena la scarsa attrattiva per il gentil sesso. Tutto sbagliato. Ricercatori dell’Università di Tokyo avrebbero scoperto (al momento solo nei topi, ma gli studi incalzano) che nelle lacrime maschili c’è l’Esp1, un peptide capace di scatenare il desiderio riproduttivo delle femmine attraverso il vomero nasale, l’organo che regola la produzione degli ormoni di sessualità, riproduzione e comportamenti sociali. Le lacrime maschili, in sintesi, sarebbero anche maschie.

Sarà davvero così? "Al di là delle semplificazioni mediatiche che vogliono l’uomo italiano come il più piagnone in Europa" spiega Arnaldo Spallacci, docente di scienza dell’educazione all’Università di Bologna, "non vi è dubbio che l’uomo sia cambiato: e questo è molto positivo. Condividere i sentimenti, esternare, essere empatici sono ormai valori positivi nel mondo contemporaneo, che ci vorrebbe assuefatti a ogni cosa. Invece non è così e il fenomeno delle lacrime maschili lo evidenzia. A condizione però d’inquadrarlo in un panorama più ampio, appunto nell’inesorabile avvicinamento fra comportamenti maschili e femminili, unico dato oggettivo dell’evoluzione della specie umana".

Il fato del genere maschile sarebbe così sotto una stella bizzarra, condannato a essere (considerato) il soggetto dominante del mondo e della storia proprio mentre assume le caratteristiche opposte, che ne provocherebbero il declino e, magari, anche la fine. Lacrime dunque come segno di omologazione biologica e culturale in cui solo un punto resta oscuro. Quello del coccodrillo, inteso come il pentimento di tutti gli uomini che agiscono con comportamenti violenti, soprattutto sulle donne che non ricambiano le loro brame. "Anche questo è un fatto, ma va ridimensionato" conclude Spallacci. "Non solo perché i comportamenti violenti ci sono sempre stati. Ma soprattutto perché per esempio in Italia sono nell’ordine dei 150 casi all’anno su 30 milioni di uomini". Senza voler sottovalutare il problema, i numeri reali sono questi. A dimostrazione che le lacrime maschili sono inevitabili come l’evoluzione dell’uomo.

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