Riparte Breaking Bad, la "Coca Cola" delle serie tv americane

Stagione dopo stagione la serie interpretata da Bryan Cranston si è imposta come manifesto della "relatività" contemporanea

Bryan Cranston (Credits: Gettyimages)

Marco Cubeddu

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La pagina principale di Google ci ha ricordato che il 12 agosto era il centoventiseiesimo anniversario della nascita di Erwin Schrödinger. Fisico e matematico di fama mondiale, Schrödinger è noto al grande pubblico perché il suo esperimento mentale avente come oggetto un gatto, con tutte le sue implicazioni filosofiche, ha esercitato un forte fascino anche fra i non accademici, ansiosi di citare con un’infinità di speculazioni e citazioni, la duplicità esistenziale che vuole il gatto nascosto nella scatola vivo e morto allo stesso tempo.

Ma l’altro ieri, nonostante Google non l’abbia ricordato, in America si è festeggiato il ritorno di Heisemberg sul canale AMC. Non il fisico altrettanto pop, per il suo principio di indeterminazione, mirabile fonte di altrettante citazioni, ma l’omonimo protagonista della serie tv Breaking Bad, interpretato dal sublime Bryan Cranston, alla prova anche come regista di questa prima puntata della stagione finale.

Siamo alla fine, in effetti. Quest’estate andranno in onda gli ultimi episodi di una parabola durata 5 stagioni (6, se contiamo che la quinta è stata spezzata a metà e suddivisa tra 2012 e 2013).

Per gli amanti delle serie tv siamo di fronte al top, attualmente, espresso dal settore.

Una serie originale con un cast di attori bravissimi ma non decisamente stellare, e una trama che rischiava di ritorcersi contro agli sceneggiatori e che invece, stagione dopo stagione, supportata da protagonisti e non protagonisti di straordinaria bravura, è un crescendo di azione, introspezione, cinismo, umorismo, drammaturgia. Una messa in scena degna del miglior cinema d’autore con una fotografia splendida e un livello di scrittura che farebbe impallidire qualsiasi romanziere.

Il concept della serie è semplice: Walter White, mite professore di chimica in una scuola superiore del New Mexico (una moglie incinta di un secondo figlio, un primogenito portatore di handicap) scopre di avere un cancro incurabile che gli lascia 2 anni di vita. Così, per dare una sicurezza economica alla sua famiglia, decide di sfruttare le sue conoscenze chimiche per "cucinare" metanfetamine. Diventerà Heisemberg, al vertice di un impero della droga al confine col Messico, in una spirale che lo porterà a mettere in discussione i suoi valori morali che sono il vero centro narrativo della serie: un manifesto di “relatività”.

Per le prossime domeniche gli americani avranno un capolavoro a puntate da guardare. Nell’attesa che il letargo delle televisioni italiane produca un palinsesto in chiaro degno d’attenzione (magari con delle produzioni destinate a un pubblico meno addormentato dai barbiturici del melò e della sitcom nostrana) vale la pena seguirlo in streaming, magari su questo sito dove, sottotitolato, si trova tutto (o quasi, mancano all’appello capolavori come Crash e The Sopranos) lo scintillante universo di serie tv straniere: http://serietvsubita.org/

Breaking Bad è la prova che puntando sulla qualità si possa ottenere uno straripante successo di pubblico e critica arrivando a produrre un autentico classico, un brand, intramontabile, come la Coca Cola.

La consapevolezza di quello a cui il creatore, Vince Gilligan, ex sceneggiatore di X Files ha dato vita, è evidente nelle molte dichiarazioni di “poetica” disseminate nelle puntate delle varie stagioni.

La mia preferita è espressa da questo dialogo.

Siamo nel deserto, in un confronto tra leader nella produzione e nello spaccio di metanfetamine. Heisemberg, il miglior “cuoco” in circolazione, vuol far valere la sua superiorità.

-Yours is, uh, just some tepid, off-brand, generic cola. What I’m making is classic Coke.

-All right. Okay. So, um, if we just waste you right here, right now, and leave you in the desert, then there is no more Coke on the market, right? See how that works? There’s only us.

-Do you really wanna live in a world without Coca Cola?

Tradotto, in sintesi:

-       La tua “roba” è solo un’imitazione. La mia è la classica Coca Cola.

-       Ok, quindi se ti uccido e ti lascio nel deserto non ci sarà più Coca Cola. Ma solo la mia roba.

-       E tu vorresti davvero vivere in un mondo senza Coca Cola?

Per me è la fine definitiva allo snobismo verso la grande industria cinematografica e televisiva americana. Nonostante tutti i difetti, nonostante tutte le velleità delle produzioni indie, quando la macchina dei sogni funziona può regalarci qualcosa di meraviglioso. A fronte di tutta la paccottiglia culturale, passeggera e marginale, cui siamo sottoposti, esiste ancora spazio per i grandi classici.

Oggi disponibili a puntate, con la profondità dell’arte, l’universalità di temi e conflitti che ci parlano della fragilità dell’esistenza umana, ma in un formato godibile dalle grandi masse che non dimentica l’intrattenimento.

Rifuggiamo dalle imitazioni.

Perché diciamocelo: potremmo davvero vivere in un mondo senza Coca Cola?

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