Carnefici, vittime e voyeur
Ansa/Alessandro Di Marco
Carnefici, vittime e voyeur
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Carnefici, vittime e voyeur

Il caso Rosboch ha la trama e i personaggi di una serie tv. Ma la fiction ha molta più dignità nel ricostruire la tragedie umane

Gabriele Defilippi sembra il protagonista di uno dei romanzi di Brett Easton Ellis, un mix tra il Patrick Bateman di American Psycho e il Victor Ward di Glamorama (cui forse potrebbe aggiungersi una punta del Jeremiah di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa).

Baby soldato shampista

Siamo alla confusione sessuale, che si traduce in confusione estetica e quindi in sconsideratezza etica di un giovane intrappolato nello spazio di devianza che si crea quando la volontà e la rappresentazione di sé confliggono fino al cortocircuito, nel tramutarsi in fatti e non outfit.

Chi sono? Chi posso essere? Chi voglio diventare? Chi posso diventare?

Un po’ baby soldato arruolatosi nella milizia SSS (Sesso Soldi e Successo), distaccato in un avamposto di provincia, un po’ shampista mancato che sogna la Costa Azzurra.

A guardarlo, nelle foto che circolano in rete a corredo degli articoli di cronaca nera di cui è protagonista, ha qualcosa del Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti, brutale ed effemminato, scaltro e senza scrupoli, e allo stesso tempo goffo e piagnucolante; un aggiornamento del personaggio seviziatore di corpulente fanciulle in stile Tokyo Hotel: emo e vamp, con occhi truccati, unghie finte e laccate, capelli lunghi e tinti, ma con diverse sfumature per ogni declinazione della sua vita da social, dove sceglieva con cura come apparire in base al contesto (Facebook, SoundCluod, Linkedin…) cambiando, oltre alle foto, l’identità, presentandosi di volta in volta come Gabriel Alexander Accardi, Gabriele Accardi, Gabriel Anderson, Gabriele Anderson Kennedy, Gabo Anderson, Gabrielito Gabriel.

Infinite facce, infinite rappresentazioni di infinite volontà, come infiniti sarebbero i punti di vista da scegliere per raccontare questa vicenda se diventasse una serie tv, con tutto un corredo da pura provincia in cui le stravaganze d'accatto e la psicologia da bar diventano il collante che tiene insieme "uomini e donne" afflitti da patetismo cronico.

I personaggi da serie tv

Perché, oltre a Gabriele Defilippi, l'ex allievo di Gloria Rosboch, in carcere con l'accusa di omicidio premeditato e occultamento del cadavere della sua ex professoressa, ci sono personaggi secondari di non minor e perverso fascino: la madre di Gabriele, accusata di concorso in omicidio, che piange e nega, l’amico/amante ultracinquantenne, sedicente imprenditore, la vittima, ingenua donnina d’altri tempi, stregata dal fascino maligno di un ragazzo troppo giovane per lei.

E, come lei, tutte le altre che stanno venendo fuori, donne mature o giovanissime che non possiamo fare a meno di immaginare frustrate, incantate da un giovanotto da fotoromanzo transgender mezzo tronista mezzo pornoattore.

Arrestata la banda di manigoldi, l’epilogo cronachistico è da manuale sociologico della criminalità di bassa lega: nessun dilemma del prigioniero è stato necessario perché i due complici-amici-amanti (che potrebbe essere un titolo per una nuova stesura di “Nemico Amico Amante” della Nobel canadese Alice Munro) si accusassero a vicenda.

L’iter giudiziario farà il suo corso, ogni personaggio piangerà sul proprio latte versato.

I fatti non contano

Ma i fatti, e la loro sistematizzazione tribunalesca, come in ogni caso di cronaca che raggiunga l’altare mediatico, sono la parte meno interessante per noi spettatori/commentatori della vicenda.

L’unica cosa che conta è l’immaginario che la vicenda evoca: soldi, sogni, relazioni sentimentali (e sessuali) patologiche, chi va a letto con chi, e perché?

E quello che addentrarci in quell'immaginario produce in noi: piacere.

Morboso, morbosissimo, piacere.

Nel riferire i dettagli più raccapriccianti, nell’insistere nel pubblicare foto “rubate” da internet e dagli archivi universitari, nel gridare (o scrivere in MAIUSCOLO sotto ai post, è uguale) “A morte! A morte!”, i veri protagonisti, i più mostruosi, siamo come sempre noi, pronti a banalizzare la "banalità del male".

Fingiamo di voler scoprire la verità, di voler mettere in guardia le possibili future vittime di altri sociopatici, di voler denunciare le magagne giudiziarie o il male del mondo, scuotiamo la testa e puntiamo il dito. E intanto ci addentriamo sempre di più nei meandri delle più sordide vicende perché ci piace da morire.


Facciamo sempre così: da Brembate di sopra a Cogne, da Erba a Perugia. Ricostruiamo, ci impicciamo, giudichiamo, convinti di farlo “a fin di bene”.

Se invece di farlo sui giornali, o nei talk show, come siamo soliti fare, lo facessimo attraverso gli strumenti della narrativa seriale, come insegnano i recenti progetti docufiction a stelle e strisce The Jinx e Making a murderer, potremmo almeno giustificare il nostro pruriginoso interesse per le più tristi e meschine tragedie umane con la scusa dell’intrattenimento di qualità, di qualcosa di bello da guardare la sera, sotto le coperte, come gli ultimi dei guardoni che siamo, mangiando popcorn.

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