Biennale di Venezia: quando l'arte diventa arte
Biennale di Venezia: quando l'arte diventa arte
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Biennale di Venezia: quando l'arte diventa arte

I giorni che precedono l'inaugurazione della Biennale d'arte di Venezia: tra cene, feste, festini, l'arte diventa arte, in una bellissima illusione di eternità

Arrivare in treno a Venezia è come stare sulla nave del film La leggenda del pianista sull’oceano. La frenesia internazionale dei neofiti diventa febbrile appena vedono l’acqua. Sembrano come ex contadini italiani in viaggio verso il Nuovo Mondo. Quelli che, appena avvistata la Statua della Libertà, gridavano “L’Americaaaa”! Gli altri scuotono la testa, come a dire “quanto tempo, quanti ricordi”, pervasi dalla malinconia.

Sul treno da Milano, quasi tutti i passeggeri hanno l’aria dei ricchi viaggiatori stranieri, pochi giovani, molti vecchi, vestiti in maniera neanche lontanamente passabile, prigionieri di quella praticità turistica che elegge la comodità a dogma e rende il turismo di massa esteticamente intollerabile. Spesso, lo snobismo, non di rado indistinguibile dall’isterismo, è l’unica forma di autodifesa possibile.Mentre ci interroghiamo se bombardare o non bombardare i barconi ci sfugge il vero dilemma: bombardare o non bombardare i turisti tedeschi?

In ogni caso, Venezia è così, ogni volta che ci si torna incanta, specie se si ha la fortuna di contemplarla al tramonto dalla terrazza del palazzo della Biennale, secondo i padroni di casa anche meglio di quella del celebre Hotel Danieli.

È un mondo dorato quello che si contempla dall’alto: l’aria che si deforma per il vapore della laguna come la plastica che ricopre i pacchetti di sigarette riscaldata con un accendino, gli amici della Biennale che si godono il pre-vernice facendo tintinnare calici di Bellini rivisitato dallo chef (prosecco miscelato a un frullato di fragola e mela corretto al limone. Non si direbbe ma è ottimo), inseguendo con lo sguardo il Presidente Baratta e il curatore Enwezor, per stringere loro la mano o scattare un selfie celebrativo nella loro Venezia, quella dei sogni.

Sotto, le vera Venezia è finitissima come sempre. La Venezia in cui tutto è posticcio, artefatto, pacchiano. La Venezia che assorbe tra le sue maschere tradizionali del Carnevale, già merchandising made in china nelle bancarelle, la maschera di V per Vendetta, simbolo di Anonymous, per soddisfare i turisti antagonisti. Quelli per cui piccole temporanee gallerie sorgono come funghi tra i Giardini e l’Arsenale - sedi principali della Biennale -, affittate a prezzi folli a chi può permettersi un posto al sole in una zona che di norma è considerata periferia, Via Garibaldi, uno dei pochi avamposti di una Venezia fuori dal tempo (durante l’anno) dove la maggior parte dei turisti non si avventurano. Quelli per cui gli autoctoni sono costretti a lamentarsi dell’aumento dei prezzi degli spritz e dei tramezzini.

Gli unni, ma vestiti bene

A vagare per i padiglion nazionali, se per caso si ha la sventura di finire in quelli eco-friendly, tipo quello di Tuvalu (se non si sa dove sia, sta affondando, presto non sarà un problema) si rischia di sentirsi parte di una messa in scena sull’effetto serra. Passeggiando su tavole traballanti facendo ciak ciak si desidererà l'affondamento perenne degli autoctoni. Una parodia dell’impegno artistico.

Così come la componente politica della Biennale di Enwezor è una parodia della protesta politica: dalle letture di Marx (povero lui, nessuno che oggi lo lasci riposare in pace) alle parole di contestazione espresse da enormi timbri, fino al riecheggiare di inni stalinisti, riproduzioncine del busto di Mao, collette per centri sociali milanesi in cambio di cataloghi in mostra (dai 10 euro in su).

Da tragedia storica a farsa radical/etno chic, una sorta di “Occupy Biennale” che rischia di distorcere nella noia dell’impegno la bellezza velleitaria dell’arte contemporanea, che dà decisamente il suo meglio più nella forma che nella sostanza.

Non c’è niente di più noioso e banale che voler a tutti costi far credere a gruppi di privilegiati di essere parte del pensiero critico militante di qualcosa, di rappresentare minoranze oppresse, di non essere solo forma, ma anche sostanza.

Quando basta guardarli: Casio d’oro (sbaglia, Renzi, se crede che il Rolex - probabilmente pataccato - di uno dei manifestanti NoExpo sia indicativo di qualcosa, i veri fighetti di oggi mettono solo vecchi Casio), papillon, occhiali, scarpe, cravatte: chi non si distingue è perduto, chi non sembra un freak, ghettizzato.

Tremo al pensiero di come possa sentirsi un povero sconosciuto di nome Luca, dopo aver origliato i discorsi addolorati di alcuni suoi amici (che guardavano, scuotendo la testa, commossi, il muro del pianto occidentale, composto di valige di deportati, di Fabio Mauri, all’ingresso del padiglione centrale dei Giardini):

 - Ma dov’è finito Luca?

- Lo sforzo di abbinare la pochette alle scarpe ieri sera lo ha debilitato troppo, è rimasto in albergo per riprendersi.

- Portiamolo a fare shopping prima della cena di Pinault!

Già, più che alle opere, la maggior parte degli ospiti della Biennale prima della Biennale sembra interessata alle cene (quella dal miliardarissimo Pinault, la più esclusiva), agli aperitivi e al copiaincolla dalle cartelle stampa, da riformulare in base alla linea del giornale che li invia in Laguna (che faccio? Stronco o non stronco?).

Ci sarà tempo per le opere e per i padiglioni, che inaugurano a girandola, con susseguirsi di feste e festini più cheap. Questo è il momento di godersi l’arte che diventa arte man mano che il gruppo avanza, in ordine sparso. “Quando cominciano a leggere Il Capitale?”, “Tra poco, gli ho dato il via, ma si vede che gli attori non hanno capito, ora glielo ridò”, discutono alcuni addetti ai lavori, rendendo un progetto realtà, arte qualcosa che fino a quel momento era solo materiale preparatorio.

Così gli operai dell’est che finiscono di dipingere alcuni divisori, con in mano lunghe aste alle cui estremità sono fissati pennelli, danno un senso concreto alla parola “vernice”. Sono i piccoli errori, i dettagli che sfuggono al controllo, come la G di “going” che diventa D (quindi “doing”) in una scritta in inglese parte di una performance dell’artista Adrian Piper (facendole dare di matto con discrezione) o le didascalie mancanti, o doppie, piccoli inciampi, che fanno dell’arte qualcosa di umano, vicino, contemporaneo.

Contemporaneità, specie alle inaugurazioni, significa impossibilità di afferrare il senso di quel che si vede. Esperti, commentatori, curatori, artisti, giornalisti, tutti impegnati a scrutare la fauna intorno, con serie difficoltà a ritenersi fauna a propria volta, tutti che non sanno cosa pensare, ma inseguono la scrittura, i comunicati, le dichiarazioni, che vanno più veloci del pensiero, così la macchina in movimento finirà con l’imporre pensieri mai stati pensati e tutti noi sapremo cosa pensare sena averci dovuto pensare troppo.

Perché venire alla Biennale di Venezia?

È la vitalità dell’avvenimento che vale l’avvenimento. Il baraccone, che contiene tanta roba brutta, ma anche tanta roba bella, nonostante gli anni e la moltiplicazioni di Biennali in giro per il mondo, non perde la sua crucialità. Visitarlo è doveroso, non criticarlo praticamente impossibile.

Ma è proprio questo il bello, la metastatica produzione di punti interrogativi, di fastidi, di obiezioni, di ribaltamenti (mentali e fisici) che si vorrebbero realizzare, sostituzioni, omissioni, distruzioni (quante cose sarebbe bello sbattere fuori dal Tempio!).

La Biennale è come la città che la ospita, Venezia: irritante, cafona, presuntuosa, ma anche spettacolare, monumentale, commovente.

In fondo, pacchianeria e retorica posticcia sono parte di quella "complessità che non sappiamo ricondurre a un disegno unitario" di cui parla il curatore nigeriano/newyorkese Enwezor, parte della riflessione “su ciò che ci lacera” che ci attanaglia da sempre.

Il consiglio ai visitatori che verranno a vederla a partire dal 9 maggio, quando aprirà al pubblico, è quello di separare il grano dal loglio, cioè l'arte dalla politica (posticcia), e godersi il bello che c'è (perché c'è, basta un Gursky qualunque al padiglione centrale dei Giardini, o un Parmiggiani al Padiglione Italia, ottimamente curato da Vincenzo Trione, e passa la paura).

Le sale della Biennale, così come i panorami struggenti di Venezia - che restano incantevoli nonostante la patina made in china che aleggia, come la peste, tra le sue calli - riecheggeranno per settimane, mesi, per anni nella mente dei visitatori, contribuendo a produrre quell’incomprensibile illusione di eternità che attiene all’arte. Come infiniti cerchi concentrici in Laguna, un'eco che non ci dirà niente su “tutti i futuri del mondo” (All the world’s futures), ma ci dirà, e continuerà a dirci in futuro, qualcosa di noi, del disperato bisogno di domande che abbiamo, della fragilità delle nostre risposte, e del nostro commovente tentativo di dare un ordine - provvisorio, come ogni allestimento - al caos che ci divora.

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