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Ben Affleck: ''Mi sa che sono un macaco"

Incontro ravvicinato con il divo hollywoodiano: ieri un sex symbol, oggi un quarantenne 'serie tv-dipendente' amico per la pelle di George Clooney

Ben Affleck (Credits: LaPresse)

Completo grigio, camicia bianca, barbetta appena accennata, sguardo profondo. E’ elegante e serioso il Ben Affleck che incontriamo a Roma. Sarà che da quando è diventato regista e si occupa di temi scomodi (la pedofilia in Gone baby Gone, la rivolta iraniana del ‘79 nel nuovo Argo) ha cambiato anche stile di vita. Sarà che i quarant’anni e i tre figli l’hanno fatto maturare di colpo. Sarà che la fede che gli luccica al dito testimonia un fatto di cui tutte le fans devono ragionevolmente prendere atto: Ben, il bamboccione che meno di dieci anni fa gongolava inespressivo con l’allora fidanzata Jennifer Lopez in filmetti piuttosto dimenticabili, è cresciuto. Ed è, soprattutto, cambiato.

Prende appunti mentre ascolta le domande, sorride solo quando gli si fanno complimenti, alterna un composto “BuonCiorno” a un galante “Thank you very much”.  Lo ammette lui stesso: “Non è stato facile raggiungere quella fiducia in me stesso per poter dire: ‘Ok, inizio a fare sul serio’. E’ che come attore passi la vita a inseguire chance, e sei fortunato se le cogli”. Poi osa un paragone azzardato: “Un po’ come chi muore di fame e quando raggiunge finalmente un tavolo mangia più che può”. Ma si riprende subito: “Mi è servito tempo per calmarmi e realizzare un altro obiettivo a cui tenevo molto, la regia”.

Chiacchierando con lui scopriamo almeno due cose: la prima, che non ha perso l’aria da sex symbol. Anzi, più parla in modo composto e intelligente (sì perchè Ben Affleck è pure intelligente) più affascina. Quando poi si mette a parlare della sua amicizia con George Clooney, crolla ogni tipo di difesa e l’immaginazione delle sue interlocutrici galoppa libera: “Oltre ad essere un residente del vostro fantastico Paese, Clooney è un produttore serio, un regista competente e soprattutto un uomo speciale. Un tipo tosto, bravo e brillante, non sono sempre d’accordo con lui, ma è estremamente interessante passare tempo a scambiarsi le idee e godersi le sue opinioni”. Poi, finalmente, una battuta: “Vi consiglio caldamente di lavorarci”.

Tra sospiri e sana invidia per la moglie e madre dei suoi figli Jennifer Garner, la seconda cosa che scopriamo è che Ben è un ‘tv series addicted’: “Mad Men, The Killing, Damages, Breaking Bad sono quelli che preferisco. La maggior parte del dramma migliore realizzato oggi sta in televisione, non c’è niente da fare: anche gli attori di talento ormai si trovano nelle produzioni del piccolo schermo”.

Quando gli chiediamo di commentare una delle battute più esilaranti di Argo (“Anche un macaco può imparare a fare il regista”) finalmente ride di gusto, e risponde con autoironia: “Qualche macaco gira a Hollywood, e forse io ne sono uno”.

Dopo una battaglia contro muri di diffidenza e invidia tutti maschili, finisce per conquistare anche il favore dei colleghi, quando teneramente afferma: “Hollywood? Non voglio dire che è piena di cialtroni, se no il mio ritorno a casa sarebbe difficile. Certo è il mondo della competizione dove ognuno cerca di spingere le cose solo per il proprio profitto, ma è anche un posto dove ho ottimi amici che non mentono tutti i giorni”.

Conclude accattivandosi il favore generale, e dimostrando non solo che il bell’imbusto ha decisamente parecchie carte da giocarsi oltre all’aspetto fisico, ma che forse, in fondo, i macachi siamo noi che finora l’abbiamo sempre (o quasi) sottovalutato, perchè con la sua aria matura e innocente finisce per rivelarsi un inaspettato abile affabulatore: “A me piace la Hollywood che non si vede: operai, lavoratori che portano il pranzo, attrezzisti, insomma quelli che non vengono pagati tanto. Un po’ come chi è costretto ad ascoltare questi miei discorsi noiosi”.  

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