scuola covid
(Ansa)
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Il ritorno a scuola è un caos totale

Elementari e medie chiuse in Campania, Zaia scettico, come medici e numerosi presidi. Eppure i giovani erano, a parole, la priorità

Non è bastato il Decreto del governo di due giorni fa. Non sono bastate nemmeno le rassicurazioni del Ministro Bianchi davanti a Palazzo Chigi che confermava il ritorno «in presenza» degli studenti come prevede il calendario dal 10 gennaio. Non è bastato. Ed, in realtà, lo sapevamo già.

Chiunque abbia dei figli, o amici con dei ragazzi in età scolastica sa cosa sta succedendo. Le chat delle classi sono ormai una conta di sani, positivi, quarantenati a cui si aggiunge una lista di domande e dubbi a cui la scuola (quella pubblica) essendo chiusa non dà alcun tipo di risposta. Ad esempio: chi sa quali professori saranno presenti o assenti? Se ci sarà il «collaboratore scolastico» a suonare la campanella e se la mensa funzionerà regolarmente? Pochi, pochissimi fortunati.

Ma sono anche gli uomini delle stesse istituzioni a non credere alla riapertura delle scuole. Oggi il Governatore della Campania De Luca è stato categorico: scuole elementari e medie resteranno chiuse. «Non ci sono le condizioni per farlo in sicurezza» ha detto e poco dopo ecco un’altra dichiarazione pesante sulle già fragili fondamenta del rientro in classe. Il numero 1 del Veneto, Zaia, ha spiegato che «con i test sarà caos in classe». A questi, ultimi di oggi, il presidente dell’Ordine dei Medici ha proposto di «posticipare la riapertura e recuperare a giugno».

In una confusione simile ecco che ci si mettono pure i presidi (un gruppo di 1000 sugli 8mila totali) che hanno chiesto la dad per due o tre settimane. Dichiarazione grave e che rattrista dato che il compito di queste persone sarebbe quello di pensare a far funzionare una scuola in presenza; i danni sui nostri ragazzi lasciati dai due anni di studi tira e molla loro dovrebbero conoscerli meglio di tutti gli altri. Invece sono i primi ad alzare bandiera bianca. I primi, ma non i soli.

Abbiamo sentito troppe volte dire che la scuola è la priorità, che i ragazzi sono la priorità. Parole quanto mai fastidiose oggi che a due anni dall’inizio della pandemia ci vedono incerti nel rispondere ad una semplice domanda dei nostri figli: «papà, lunedì vado a scuola o no?».

Abbiamo portato i ragazzi ai cenoni di Natale, li abbiamo mandati alle feste di Capodanno, moltissimi sono partiti per le vacanze con la famiglia o in compagnia. Ma a scuola no.

Questo governo sul tema non è di certo arrivati ai limiti del ridicolo del precedente, quello dei banchi a rotelle; ma è evidente che se tre mesi fa eravamo un paese modello oggi, soprattutto sulla scuola, abbiamo perso tutto il vantaggio acquisito sulle altre nazioni. Qualcosa si è sbagliato. Distrazione? Eccesso di sicurezza? Non sappiamo. L’unica cosa certa oggi è che nessuno può sapere cosa succederà.

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