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Scuole pessime e famiglie assenti con i giovani uniche vittime

I recenti violenti episodi di cronaca riaprono il dibattito sul rapporto tra l’istituzione scolastica e i genitori, tra chi dice che non è più come una volta e chi vorrebbe i genitori fuori dalle scuole. Eppure istruzione e famiglia hanno obiettivi in comune e ruoli ben definiti che vanno svolti con impegno e riscoperti con fiducia

I genitori sono sempre meno disposti ad accogliere un giudizio, anche professionale, sui figli, e la scuola risulta l’ambiente più probante, perché giunge sempre a una valutazione sintetica e, inevitabilmente, a una promozione, a un rinvio, a una bocciatura. E così capita sempre più spesso che ci siano ricorsi su ricorsi per una decisione sgradita, liti accese a colloquio, toni inopportuni in riunione, mail di fuoco a ogni ora di ogni giorno. Recentemente è salita alla ribalta delle cronache il caso di una docente colpita in aula da proiettili di una pistola ad aria compressa durante la lezione, con tanto di denuncia, sospensione, reclamo dei genitori e revoca della sospensione. La scuola è arrivata a questo punto, ospitando incomprensioni quotidiane, un nervosismo crescente da parte di tutti, episodi di insubordinazione e mancanza di rispetto, battaglie a colpi di carte bollate, fino a incresciosi casi di cronaca nera.

Si tratta di un clima avvelenato che non ha un solo responsabile, che non fa bene alla scuola, che non migliora le cose e anzi esaspera anche chi è ben disposto, ma soprattutto chi non sa da che parte girarsi e sceglie la strada dell’aggressività per difendere e per difendersi.

Docenti, genitori e figli. Tutti loro ogni giorno fanno la scuola. Gli uni parlano con gli altri degli altri ancora, in un circolo costante che dà forma all’ambiente scolastico in cui ognuno di noi è immerso.

Il ruolo dei docenti dovrebbe essere chiaro, sono loro i professionisti della scuola e lavorano mentre fanno lezione, gestiscono un intervallo, preparano un’uscita didattica, riprendono un comportamento, ne lodano un altro, valutano, promuovono, sospendono, bocciano. Altrettanto chiara è la parte che spetta agli studenti, che sono al centro dell’azione scolastica come protagonisti dell’apprendimento, e sono coloro per cui la scuola esiste. Poi ci sono i genitori, generalmente registi della crescita, dell’istruzione e dell’educazione dei loro figli da sempre e per tutta l’età scolastica, o per gran parte di essa.

Pare strano che ruoli così chiari generino conflitti e incomprensioni forti come quelle di questi anni, anche perché tutte le persone coinvolte dovrebbero remare nella stessa direzione. Eppure, se oggi c’è chi invoca che i genitori siano lasciati fuori dalle scuole e se i genitori stessi non si fidano di ciò che avviene in classe, qualcosa è saltato.

In primo luogo, si parla sempre meno. I ricevimenti dei genitori non dovrebbero essere momenti di appesantimento, invece risultano un appuntamento delicato e temuto dai docenti che dovrebbero sintetizzare le impressioni sui singoli studenti avendo la serenità di essere accolti con la fiducia che spetta a un’azione educativa comune. Invece, quando da una parte si fa strada il sarcasmo di alcuni giudizi taglienti, dall’altra si fanno le pulci al mezzo voto e alla parola riferita a casa che talvolta trova riscontro, altre volte no, nella realtà delle cose. Le riunioni di classe poi spesso sono brevi e presentano adempimenti formali e moduli da completare, senza lasciare spazio alla riflessione educativa e culturale, al bilancio argomentato di cosa stia andando bene e cosa invece no, con motivazioni e spunti per migliorare. La scuola, senza questo dialogo, smette di essere un luogo virtuoso di crescita e di pieno sviluppo della persona, e quando viene meno il dialogo costruttivo succede che prevalgano prima il silenzio e i pregiudizi, poi il diverbio, infine lo scontro.

Poi c’è il tema centrale che riguarda l’educazione familiare, sempre più spesso demandata perché richiede impegno, sacrificio, tempo, rinuncia. Fin da piccoli, i bambini sono avvertiti come un fardello in una cena tra amici, in un discorso tra adulti o per qualche ora di relax nel fine settimana, per cui al ristorante finiscono con il telefono in mano, a casa pure, in auto pure. La delega educativa è poi assegnata anche alla scuola, in toto, dai modi di fare allo svolgimento dei compiti, alle responsabilità, dalle elementari in avanti. Male che vada, sarà colpa della scuola.

Gli smartphone e la televisione però non giudicano, mentre la scuola lo fa ed è lì che il banco salta. Delegare è più comodo ed esserci costa fatica, certo, ma è un investimento per il futuro, e un senso di colpa in meno quando qualcuno dirà che un figlio non ascolta, non è interessato, non riesce.

Ben vengano i genitori a scuola, altro che esclusione, perché il loro ruolo educativo è utile per gli studenti e indispensabile per le generazioni impegnate sui banchi.

Ben vengano a patto però che ci siano la pazienza e il coraggio di ascoltare i docenti che per senso di realtà e con risolutezza si trovano a dover spendere parole anche dure sul metodo di lavoro, sul delicatissimo tema dei limiti cognitivi, sull’atteggiamento magari totalmente fuori luogo tenuto in aula e a scuola. E che se trovano ostilità, ricorsi e querele ad attenderli, forse la prossima volta saranno un po’ più ipocriti e diranno una verità in meno, per il quieto vivere e con buona pace della scuola italiana in fin di vita.

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