Oms: la transessualità non è una malattia mentale

L'agenzia speciale dell'Onu per la salute la cancella dalla lista inserendola in un nuovo capitolo come "condizioni di salute sessuale". Ecco perché

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Organizzazione Mondiale della Sanità – Credits: FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images

Chiara Degl'Innocenti

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità stende, prima della presentazione ufficiale alla World Health Assembly che si terrà a maggio 2019, l’ultimo capitolo della Classificazione internazionale delle malattie e dichiara la transessualità fuori dalla lista della patologie mentali.

La motivazione dell’Oms

Per l’Oms "l'incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell'International Classification of Diseases per essere inserita in un nuovo capitolo delle condizioni di salute sessuale” poiché "è ormai chiaro che non si tratti di una malattia mentale e classificarla come tale può causare una enorme stigmatizzazione per le persone transgender".

Vinta la battaglia ma non la “guerra”

Ad oggi la battaglia per la depatologizzazione vera e propria è ancora lunga. Ma il passo che è stato compiuto in avanti è grande. Negli anni la protesta contro questo errato riconoscimento (anche sociale) era partita nel 1973, con accese manifestazioni (si ricordano quelle del 1990) sfociate poi finalmente, dopo 45 anni, nella cancellazione dell’omosessualità almeno dall’elenco delle malattie mentali.

In realtà sia in Francia dal 2012, sia in Danimarca dal 2017 i transessuali non sono più “ghettizzati” come malati mentali anche se questo preconcetto resta ancora radicato nel resto del mondo.

Il pregiudizio

La definizione di “transgender” da dizionario definisce una “persona affetta da disturbo dell'identità di genere, la cui identità sessuale corporea non corrisponde al vissuto psicologico di identità di genere maschile o femminile e che persegue l'obiettivo di un cambiamento medico-chirurgico del proprio corpo”. A questo si è unito lo stereotipo, o meglio il pregiudizio, che il trans (uomo o donna che sia) non potesse all’interno della società svolgere un qualsiasi lavoro a causa del suo “mutamento” e per questo, causa anche l’informazione spesso distorta, fosse associato alla prostituzione.

Già nel 2016 su The Lancet Psychiatry uno studio messicano spiegava la necessità di una nuova classificazione. Per gli esperti togliere le problematiche legate all’identità transgender dal capitolo dei disturbi mentali era il punto di partenza obbligato per iniziare “una discussione su politiche di sanità pubblica mirata ad aumentare l’accesso a servizi appropriati e a ridurre la vittimizzazione di queste persone”.

Perché non è una malattia mentale

La decisione di lasciare "la transessualità" in un capitolo dell'International Classification of Diseases (ICD), spiega ancora l'Oms, “nasce dall'esistenza di un bisogno di importanti cure sanitarie che può essere soddisfatto se la transessualità rimane all'interno dell'Icd stesso”. La transessualità, prosegue Lale Lay, coordinatrice del team che gestisce le problematiche di adolescenti e popolazioni a rischio, è stata collocata "in un capitolo di nuova creazione, per dare spazio a condizioni collegate alla salute sessuale e che non necessariamente hanno a che fare con altre situazioni codificate nell'Icd". La motivazione sta nell’aver compreso “che non si tratta di una condizione mentale e lasciare l'incongruenza di genere in quel capitolo avrebbe creato biasimo e condanna" per i transgender, ma "è stato inserito comunque in un altro capitolo" per "garantire l'accesso agli adeguati trattamenti sanitari". Una decisione che potrebbe "portare a una migliore accettazione sociale degli individui" e, a cascata, "migliorare l'accesso alle cure perché riduce la disapprovazione sociale".

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