Cassini in orbita intorno a sarurno
Spazio

La sonda Cassini su Saturno: il gran finale

Venerdì brucerà nell'atmosfera del pianeta intorno a cui ha orbitato per tredici anni. Ecco cosa ci ha regalato e perché dobbiamo distruggerla

Dopo tredici anni di servizio, e sette di viaggio per raggiungere la sua destinazione, la sonda Cassini si prepara al gran finale: un tuffo da kamikaze nell’atmosfera del pianeta Saturno, che ha ormai esplorato in ogni dettaglio.

Cassini, una missione congiunta di NASA, e Agenzie spaziali europea e italiana, fu lanciata nel 1997: ultima grande e ambiziosa missione di esplorazione del sistema solare, è stata un successo sotto tutti gli aspetti. Ha consentito di conoscere in dettaglio il pianeta degli anelli, di scattare immagini ad altissima definizione. Nel 2005 la sua capsula Huygens, sganciata dalla sonda madre fu il primo oggetto a posarsi su un oggetto extraterrestre: scese fino sul suolo di Titano, una delle lune del pianeta, dove si spense definitivamente dopo poco, non senza prima avere svolto il suo compito.

 

Gran finale

I preparativi per il gran finale sono iniziati ad aprile, quando la sonda si è immessa su una traiettoria che l’ha portata ad attraversare gli anelli del pianeta, fino a entrare nella sua atmosfera. Strada facendo, in questo lento percorso di avvicinamento, ha scattato immagini ravvicinate degli anelli, raccolto dati sulla loro composizione.

Venerdì 15 settembre terminerà il suo lavoro bruciando come una meteora per l’attrito con l’atmosfera del pianeta, e quel che resta della sonda si disperderà tra i gas di Saturno. L’evento sarà trasmesso in diretta dal centro di controllo della Nasa, dalle 13 alle 14,30 ora italiana, anche se è improbabile che si possa vedere qualcosa.

Tutte le scoperte di Cassini

Dall’arrivo in orbita intorno al pianeta, Cassini ha sfruttato la gravità della luna Titano per compiere le manovre che l’hanno portata nelle diverse posizioni da cui studiare il pianeta e i suoi anelli, in modo da non consumare eccessive quantità di carburante. Anche per questo motivo ha durato così a lungo.

La NASA ha definito l’ultimo incontro con Titano, avvenuto lunedì, il “bacio d’addio”. Lo studio di questa luna, la seconda del sistema solare, è stato uno dei maggiori successi della missione. Le immagini hanno rivelato la superficie pietrosa del satellite, con i ciottoli arrotondati dal metano liquido sulla sua superficie, i vulcani ghiacciati e vaste dune.

Osservando distese di metano alle latitudini settentrionali sul satellite, ha permesso di capire che laghi, fiumi e oceani sono più comuni nel sistema solare di quanto si potesse pensare. La sonda ha scoperto inoltre sei nuove lune del pianeta. Alcuni numeri possono fornire un’idea dell'impresa di Cassini: 453mila immagini scattate, 635 gigabyte di dati raccolti, quasi 4mila studi pubblicati su riviste scientifiche.

Perché distruggerla?

Nella discesa finale, mentre attraversa gli anelli interni, gli strumenti a bordo della sonda avranno l’ultima occasione per analizzare la loro composizione e per misurare il campo magnetico, inviando direttamente i dati a terra, prima dell’autodistruzione. Una volta che la sonda è entrata nell’atmosfera del pianeta, i contatti verranno persi quasi subito, probabilmente dopo poche decine di secondi.

Ma perché Cassini, dopo una vita così gloriosa, subisce la sorte di disintegrarsi nello spazio? Farla tornare a terra, uno potrebbe chiedersi, non sarebbe possibile? Teoricamente sì, ma si tratta di un problema ingegneristico enorme, assai più complesso del lancio. Inoltre, i costi non avrebbero giustificazione da un punto di vista scientifico.

Si potrebbe abbandonarla al suo destino, farla vagare nello spazio, ma quella di non lasciare in giro “rifiuti” cosmici è prima di tutto una questione “morale”. Una delle preoccupazioni, inoltre, è che, una sonda terrestre finita sulla superficie di un pianeta o delle loro lune, possa in qualche modo contaminarla con microbi portati da casa.

Gli scienziati vogliono evitare che magari, un giorno, si metta piede su questi corpi celesti trovando forme di vita che in realtà sono state portate fin lì da noi. Proprio per questo motivo prima di Cassini, nel 2003 la sonda Galileo ha fatto la stessa fine, bruciando come un sasso lanciato a tutta velocità nell’atmosfera di Giove. Molti scienziati per cui la sonda è stata il lavoro di una vita confessano però di provare una certa malinconia.

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