Papa Francesco - Stazione Spaziale Internazionale
Spazio

Il papa chiama gli astronauti: ecco cosa si sono detti

In collegamento con la Stazione Spaziale Internazionale, il pontefice ha posto una serie di domande ai membri dell’equipaggio

Già lo aveva fatto il suo predecessore Benedetto XVI nel 2011, ma anche Papa Francesco, il pontefice che ha spesso sorpreso il mondo con i suoi gesti e affermazioni, non è davvero stato da meno: ha voluto parlare con gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Il colloquio, durato in tutto una mezzora, è avvenuto il 26 ottobre alle 15 ora italiana dall’Aula Paolo VI presso la Santa Sede. Ma più che un discorso, è stata una sorta di “intervista” quella che Francesco I ha rivolto ai membri della Missione 53, tra i quali c’è anche l’astronauta italiano Paolo Nespoli, che ha fatto gli onori di casa e ha tradotto le risposte dei colleghi (anche dal russo) per il Papa.

Il Pontefice infatti ha confidato il suo interesse sul voler conoscere cosa passa per la testa alle persone che vedono il nostro pianeta da una posizione privilegiata, dall’alto dell’atmosfera, quasi fossero "angeli" sospesi in aria: "dicono che le donne sono curiose, ma anche noi uomini siamo curiosi!" ha detto.

Le cinque domande

Invece di pontificare, è proprio il caso di dirlo, sull’origine dell’uomo e sul significato della sua presenza nell’universo, il papa ha posto le ataviche domande “da dove veniamo? dove andiamo?” direttamente a Nespoli.

Che si è smarcato dalla risposta spiegando che si sente “una persona tecnica, un ingegnere, a mio agio tra le macchine, tra gli esperimenti” e auspicandosi che il suo lavoro, assieme a quello di altri scienziati, possa un giorno ampliare la nostra conoscenza “di quello che ci sta intorno”.

L’astronauta italiano ha proseguito dicendo che vorrebbe “non solo ingegneri, non solo fisici, ma persone come Lei, teologi, filosofi, poeti, scrittori” in futuro sulla ISS. Un invito al papa a viaggiare nello spazio non si era ancora sentito. Francesco, però, concorda con Nespoli.

All’ingegnere russo Alexander Misurkin, invece, cita nientemeno che il famoso verso della Divina Commedia L’amor che move il sole e l’altre stelle che chiude il Paradiso: per “voi tecnici” ha senso una tale definizione di forza, che va al di là della mera interpretazione fisica, domanda Francesco.

Il russo ha ribattuto a sua volta con un altra citazione, da Il piccolo principe di Saint-Exupéry: “l’amore è quella forza che ti dà la capacità di dare la tua vita per qualcun altro”. Al papa “piace questa risposta”.

Poi è entrato nella sfera più intima dei cosmonauti, chiedendo cosa li ha spinti a fare quel mestiere. L’altro ingegnere russo, Sergey Ryazanskiy, ha spiegato che la passione per lo spazio è una tradizione di famiglia: suo nonno aveva partecipato alla costruzione dello Sputnik, il primo satellite artificiale mandato in orbita esattamente 60 anni fa dai sovietici.

Randolph Bresnik, che a dispetto del cognome è invece il comandante americano Nasa della missione, è stato più mistico: “la possibilità di vedere la Terra un po’ con gli occhi di Dio, e vedere la bellezza e l’incredibilità di questo pianeta” è quello che lo ha motivato a diventare astronauta. Ma ricorda anche che da lassù si vede un mondo senza confini e fragile allo stesso tempo.

Infatti la ISS non si trova proprio nello spazio, ma orbita a circa 400 chilometri di quota, muovendosi alla velocità di 10 Km al secondo: da là in alto si vedono scorrere i continenti dagli oblò e non c’è giorno e notte, cosa della quale papa Francesco è sembrato molto colpito.

Con Mark Vande Hei, altro americano, ha dialogato invece sui concetti di “su” e “giù” che in orbita non hanno più senso. Si parla di nuovi sistemi di riferimento, di decidere quali adottare a seconda delle circostanze. Di relatività, insomma.

I tempi dell’abiura di Galileo, “inventore” della relatività e che dovette rinnegare la sua opera a causa della Chiesa che lo processò perché toglieva la Terra dal centro del Sistema Solare, sono lontani anni luce. Adesso è il proprio il primo esponente della Chiesa ad ascoltare e voler imparare quello che dicono gli scienziati.

Infine, con Joseph Acaba, americano di origini portoricane, ha toccato il tema dell’individualismo che opprime la nostra società, chiedendogli come collaborano nello spazio persone provenienti da Paesi e culture diverse. Esempi concreti. Ma l’ingegnere è rimasto sul vago ricordando che la ISS è frutto della collaborazione di tante nazioni e che proprio l’unione delle diversità fa la forza.

“Voi siete un piccolo Palazzo di Vetro! (Sede dell’ONU, ndr) La totalità è più grande della somma delle parti, e questo è l’esempio che voi ci date” ha ribadito Francesco.

Infine, ha ringraziato tutti gli astronauti, mandato loro e ai loro famigliari la sua benedizione e si è congedato. Nespoli ha contraccambiato il ringraziamento e si è detto pure lui soddisfatto del colloquio, anche perché ha rotto la monotonia della routine di bordo: “grazie per averci tirato fuori da questa meccanicità quotidiana, di averci fatto pensare a cose più grandi di noi.”

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