Salute

Vista: se lo smartphone rende ciechi

Avverte il New England Journal of Medicine: al buio lo schermo luminoso può giocare brutti scherzi

smartphone notturno

Marta Buonadonna

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Una ragazza di 22 anni va dal suo oculista e gli comunica allarmata che di notte, quando è a letto, ha problemi di visione dall'occhio destro, col quale riesce a distinguere solo i contorni degli oggetti, mentre col sinistro vede benissimo. Il giorno seguente però tutto torna normale. Un racconto simile lo fa una donna sulla quarantina, che accusa anche lei problemi a un solo occhio in questo caso al mattino presto. La cecità dura solo 15 minuti e il problema va e viene per sei mesi.

Che cosa hanno in comune queste due donne? Accurate visite dei loro occhi consentono al medico di appurare che non c'è nessuna patologia in atto, non ci sono segni di un coagulo di sangue o di altre condizioni che potrebbero causare la perdita di visione a breve termine. La loro temporanea cecità dipende da un'abitudine che appartiene anche a molti di noi: quella di guardare il proprio smartphone al buio prima di mettersi a dormire. Lo rivela un gruppo di ricerctori inglesi in un articolo che appare sul New England Journal of Medicine.

Ma perché solo da un occhio? Le pazienti senza rendersene conto, fissavano il telefono con un occhio solo, perché, stando stese su un fianco, l'altro risultava coperto dal cuscino. In questa situazione, un occhio , quello bloccato dal cuscino, viene adattato all'oscurità, mentre l'altro, che guarda lo smartphone illuminato, è adattato alla luce. Quando lo smartphone è spento, l'occhio usato per guardarlo è percepito come "cieco", fino a che non si adatta anch'esso al buio, spiegano gli autori.

Diverse prove fatte svolgere ai pazienti e svolte da loro stessi hanno confermato ai medici che proprio l'adattamento allo schermo luminoso rende gli occhi più lenti nell'abituarsi a condizioni di scarsa luce. E visto che sia l'uso degli smartphone a tutte le ore sia la luminosità dei loro schermi sembrano in costante aumento, gli autori ipotizzano che casi come quelli delle due donne inglesi prese in esame siano destinati a diventare sempre più frequenti.


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