Panorama presenta il diario di un'esperienza inedita realizzata dalla rete “Passaggio chiave”, un network lombardo che cura le dipendenze attraverso la montagnaterapia. Il gruppo, che tratta varie forme di disagio attraverso l'escursionismo e l'arrampicata, ha appena portato 33 pazienti in terapia per vari tipi di dipendenza (stupefacenti, alcol e gioco d'azzardo) lungo la Via Francigena. Partiti il 12 settembre da Altopascio, i 33 pazienti hanno percorso a piedi in cinque giorni 115 chilometri fra vigneti, uliveti e suggestivi borghi medioevali, affrontando giornate di sole cocente e acquazzoni improvvisi. Il percorso si è concluso il 16 settembre a Siena, in piazza del Campo. Accompagnati da 20 fra operatori e volontari, i 33 pellegrini hanno sostenuto l'inusuale percorso di cura con qualche timore, ma tantissimo entusiasmo. “Uno di loro, per partecipare, si è addirittura messo in ferie” spiega l'educatore Lorenzo Grimaldi dell'Unità dipendenze Asst Monza, membro della rete “Passaggio chiave”. “Il laboratorio en plein air è stato un grande successo perché, camminando e faticando, i pazienti hanno scoperto che avevano le risorse per raggiungere il loro obiettivo terapeutico”.     

Ecco il diario della loro esperienza:


Camminare attraverso la bellezza “stupefacente” del nostro Paese può diventare uno strumento per la cura del consumo di sostanze? Ci ha provato la Rete Passaggio Chiave, network lombardo per le dipendenze e la montagnaterapia, che ha proposto a 33 persone con problemi di abuso un’occasione d’incontro con le meraviglie del paesaggio toscano. Il sentiero intrapreso ad Altopascio all’alba di lunedì 12 settembre si è concluso a Siena in Piazza del Campo, venerdì 16, dopo 115 chilometri.  Nelle ultime stagioni la Rete, composta dai servizi pubblici della Brianza, Alpiteam Scuola Alpinismo Lombarda del CAI e sei comunità terapeutiche (Arca, Ceas, Dianova, Molino, Progetto, Villa Gorizia) ha organizzato trekking in quota per rafforzare l’autostima e la capacità di problem solving. Quest’anno ha progettato un’esperienza innovativa. Non sulle vette alpine, ma lungo la millenaria storia della Via Francigena. Il gruppo, accompagnato da 20 tra operatori e volontari del CAI, ha alloggiato la prima notte presso la palestra del Comune di Altopascio.

1° tappa Altopascio – San Miniato “La Smarrita”

Una notte bollente per l’afa e l’alta temperatura estiva. Distesi sui materassini gonfiabili, chitarre intonanti canzoni di Antonello Venditti e Vasco Rossi come in un campeggio anni ’70 e qualche pagina di Tiziano Terzani, i 53 “francigers”, hanno cercato di riposare all’ombra della “Smarrita”, l'antica torre campanaria edificata dai Cavalieri del Tau per orientare i pellegrini persi tra le paludi della vicina piana, prima che le tenebre potessero esporli alla mercé di lupi e briganti. Ma non hanno avuto bisogno dei suoi rintocchi per raggiungere il convento rifugio a San Miniato: la fiducia reciproca ha permesso di reggere i 5 km in più da affrontare per evitare la trafficata provinciale. Per nessuno di loro è suonata la campana, nessuno ha desistito.

2° tappa San Miniato – Gambassi

"L’avvocato del Diavolo - tra ciclamini ulivi e terre rosse”
“Lorenzo, come faccio a mettere in pratica l’ascolto di me, come posso evitare di distrarmi e non seguire il richiamo delle sirene, quando avrò finito la cura? Non voglio ricadere!”. Una domanda impegnativa per l’educatore. Da San Miniato a Gambassi la selva inizia a infittirsi, quale e là crocchi di ciclamini spuntano all’ombra di possenti castagni e di querce dalle grosse chiome. Però non tutti i ragazzi, e nemmeno qualche operatore, li hanno visti. Hanno camminato sì di buon passo, in allegria. L’atmosfera di amicizia è fondata sul lavoro di conoscenza avviato da almeno 10 mesi. Ma tutto ciò non basta per camminare sapendo accogliere ciò che si incontra, con piena consapevolezza. Si rischia così di procedere a passo svelto come fosse una marcia e non lentamente, compenetrandosi con la natura, facendosi avvolgere dai suoi potenti colori, come il rosso sangue della terra o il verde argentato degli olivi. Occorre rallentare, osservare il proprio respiro mentre il passo incede sul terreno, solo così balzano allo sguardo i fiori nascosti che ti si danno solo se li cerchi. “Sai”, racconta Lorenzo, “non solo per te, Andrea, sussurrano le sirene, ognuno ha la sua droga proprio come nel film l’avvocato del diavolo, Al Pacino, alias, Lucifero esclama: “la vanità è il mio peccato preferito, la vanità è l’oppiaceo più naturale”. Tutti noi, me compreso, abbiamo il nostro oppiaceo. Non si finisce mai d’imparare, di portare costante attenzione su ciò che facciamo, sul qui ed ora della vita. Proprio come quando si appoggiano i piedi su questo ciottolato medioevale. Mi accorgo dove sono, della bellezza che mi circonda?”. “Ho capito, ma non è facile”, sorride Paolo alzando lo sguardo verso l’orizzonte.


3° tappa Gambassi – San Gimignano
 

“La crisi”
Gambassi domina le vallate che portano alla splendida San Gimignano. Il paesaggio è pura armonia. Il gruppo ammira contento, un clima di festa serpeggia tra i ragazzi. È la tappa più breve e si avanza all’interno di un vero paradiso. Non di quelli sognati con il gratta e vinci, ma di quelli dove ci si appoggia i piedi. Non di quelli travisati trangugiando superalcolici, ma di quelli che ti mozzano il fiato appena ci poni lo sguardo. L’atmosfera è di quelle magiche. Un gattino tigrato esce da un cespuglio e scatena la felicità. Non ci si aspetta tanta tenerezza da persone che hanno anche pesanti trascorsi carcerari. Eppure è un incanto. Stefano inonda tutti di gioia, con tatto lo accarezza, molti si avvicinano, anche certi Golia che ti auguri di non incrociare da solo di notte per strada. Ma iniziano ad affiorare delle difficoltà. Non vengono colti i segnali di stanchezza per le varie soste, il caldo che picchia da tre giorni sfibra anche i più tonici. Qualche piccola disorganizzazione fa salire la tensione.

Al camping, la delusione per la piscina chiusa che tutti sognavano ha scontentato qualche animo. Così alla riunione serale, l’umore è basso. Aldo chiede di avanzare con più calma, diversi come Fabio chiedono di camminare con continuità perché si annoiano. Cala la luce e i volti diventano ombre. Si respira amarezza e qualcuno bisbiglia “chi me l’ha fatto fare”. La tentazione di lasciare afferra chi si pensa zavorra per il gruppo. Ciò nonostante, gli operatori riescono a riprendere il senso di condivisione dell’esperienza. Uno sketch di un gruppo di pazienti che presenta la nuova tappa, dopo una lauta cena, fa ridere e ammorbidisce gli spiriti indolenziti dalla fatica. Il risveglio è graziato da un leggero raggio di sole e dalla preghiera di frate Andrea, ormai noto per le balsamiche mani che curano le vesciche di tutti. Si riparte a cuor leggero.

4° tappa San Gimignano – Monteriggioni 

“Alla ricerca dei padri”
La crisi è superata e il gruppo guada senza problemi dei piccoli torrenti che conducono al castello di Monteriggioni. Nemmeno lo spauracchio dell’incombente pioggia disturba il passo. Ci accoglie così la sorprendente Colle Val d’Elsa. Al quarto giorno, la prossimità è tale che è facile che un ragazzo apra il suo mondo interiore, condivida un frammento di tristezza. Quanta fatica vivono questi uomini catturati dal daimon della sostanza, prigionieri di desolanti storie. E quanto coraggio ad affidarsi a persone che si professano esperte, in realtà perfette sconosciute. Avvicinarsi con ponderatezza al cammino, ma anche accortezza ad affiancare il compagno di viaggio, soprattutto quando è pervaso da un alone di malinconia. Occorre “ascoltare” lo sguardo. La risata a volte maschera e allora bisogna imparare a leggere tra le pieghe del volto, dare spazio ai silenzi. Paolo, Giacomo, Ettore. Alcune storie di chi, prima ancora di drogarsi, è stato un bambino. Paolo a casa non trovava mai nessuno. La madre, racconta mentre costeggia un vigneto, lavorava ed era un’eterna ragazzina. Il padre si perdeva via tra un bianchino e l’altro giocando a carte. I nonni erano i veri genitori. Giacomo, bravo a scuola, solerte in ogni mansione a casa, veniva accolto dal padre quando tornava da scuola senza un saluto “sbrigati a mangiare e vieni a lavorare con me”. Mai un segno di apprezzamento per i risultati scolastici. “Mai è accaduto di essere abbracciato. Ancora adesso è così”! Ettore, giovane con un lunga condanna, arriva dalla Patagonia. Volto magnetico, racconta di una recente mail spedita al padre perennemente in viaggio, ma nessuno sa dove sia perché non risponde. Eppure è bastato un niente ad Ettore per preservare un buon ricordo: “quelle rare volte che sono stato con lui, sono stati momenti preziosi in cui mi ha donato tanto”. Viene da domandarsi chi siano i veri pazienti ed il perché di tanto dolore.

5° tappa Monteriggioni – Siena

“Il cielo a piazza del Campo”
L’ultima notte comunitaria è trascorsa in un casale spartano. Si sente il peso dei 100 km fin qui percorsi. Assonnati, si prende il sentiero. Pioviggina e la terra diventa ancora più rossa come cosparsa di sangue. Puntiamo Siena, lo sguardo si allunga dietro le ultime colline per scorgerne le mura. Ad un tratto ecco il cartello della città, volano pacche sulle spalle, ma siamo ancora in periferia e la città medioevale ci sovrasta. Qualcuno dietro si stacca, cede negli ultimi metri, forte però è la determinazione di raggiungere l’obbiettivo. Si entra in Piazza del Campo ed i turisti incuriositi si spostano ai lati per far passare il festoso corteo. Groppi in gola, occhi lucidi, mani che si stringono suggellano l'arrivo ed un patto nuovo che porterà ancor più lontano. Fino a pochi giorni fa eravamo una semplice sommatoria, ora siamo un gruppo di uomini che ha intrecciato con sudore e polvere le proprie vite in un racconto d’intensa emozione. D’un tratto, un mossiere invisibile da il là al rito finale: come un vortice esplodono “cariconi d’affetto”. I ragazzi cercano Giuliano, il nostro apripista, dieci persone si attorcigliano in un mega abbraccio, formando un mucchio di corpi che gira come una gigantesca trottola di passione. L'euforia cresce, sana adrenalina. I turisti esultano in un applauso, altri ci guardano straniti. Poi i ragazzi, consapevoli dell’impresa, si avvicinano agli operatori ed uno per volta li scagliano in alto, verso il cielo. Racconta Fabiano: “non dimenticherò mai il momento in cui il mio corpo viene cullato dalla mani dei pazienti e soavemente mi stacco nell'aria e vivo una nuova pace”. Ci rimettiamo in marcia. Tornando a casa il cammino continua.

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