Salute

Tumore ovarico, da un mollusco la terapia che migliora la qualità della vita

Una sostanza estratta da un piccolo invertebrato marino può allungare la sopravvivenza nei casi di recidiva resistente a chemio

mollusco

Angelo Piemontese

-

Arriva dalle profondità marine una nuova speranza per le donne colpite dal carcinoma ovarico: da un piccolo organismo invertebrato, infatti, è stata estratta una sostanza, la trabectedina, che può essere impiegata con successo in campo oncologico.

Ecteinascidia turbinata, questo il nome dell’animaletto, è rivestito da una tunica di cellulosa, dalla quale si è ottenuta questa molecola attiva contro il tumore, ora sintetizzabile in laboratorio.

La trabectedina, composto naturale, agisce contro il tumore, producendo delle profonde perturbazioni del ciclo cellulare e interferendo con i sistemi di riparazione del DNA, inducendo così la morte delle cellule neoplasiche.

Ora la si sta sperimentando come terapia complementare alla chemio nei casi di recidiva del tumore ovarico.

Nel 70-80% dei casi infatti la malattia si ‘riaccende’ e nonostante i farmaci la mediana di sopravvivenza è ferma a circa quattro anni.

La malattia mette k.o. anche in quel 30% dei casi in cui il carcinoma non è asportabile completamente o perché è troppo avanzato o perché localizzato in sedi dove l’accesso è chirurgicamente difficile, perché bisogna passare alla chemioterapia e spesso gli effetti collaterali sono pesanti: alopecia, modifiche nel colore della pelle, aumento di peso e menopausa e comportano la perdita della propria identità e immagine corporea, aggiungendo depressione e isolamento sociale nelle donne colpite da tumore ovarico.

Lo studio Inovatyon

Per dare una risposta proprio a queste pazienti e migliorare la terapia è in corso lo studio ‘Inovatyon’ (INternational OVArian cancer patients Trial with YONdelis), che coinvolge 598 pazienti in tutta Europa.

L’Italia è capofila del progetto con oltre cento Centri deputati all’arruolamento delle donne: “E’ uno studio di strategia terapeutica, per capire la capacità della trabectedina nell’aumentare la sensibilità alla tradizionale chemioterapia con il platino. L’obiettivo è portare a una maggiore sopravvivenza le donne che oggi recidivano” spiega Nicoletta Colombo, Direttore Programma Ginecologia Oncologica dello IEO

Con lo studio si vuol capire e dimostrare se l’utilizzo della molecola possa migliorare l’efficacia della chemioterapia standard, e quindi aumentare gli anni e la qualità di vita delle pazienti.

Un’alternativa alla chemioterapia

“La molecola si è rivelata efficace e ben tollerata, anche per periodi molto lunghi e ad oggi il suo utilizzo rappresenta un’opzione strategica nella terapia del cancro ovarico recidivante” specifica la dottoressa Domenica Lorusso, dirigente medico primo livello alla fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.

“È un farmaco attivo anche in pazienti che hanno ricevuto diversi trattamenti precedenti ed ha un profilo di sicurezza accettabile. Il 30% delle pazienti parzialmente sensibili alla chemioterapia standard e il 44% di coloro che sviluppano reazioni allergiche al platino in seconda linea quando c’è la ricaduta possono giovarsi del beneficio aggiunto con trabectedina e PLD (doxorubicina liposomiale pegilata)”.

“Oggi è l’unica combinazione non platino autorizzata per pazienti platino sensibili che funziona, e il vantaggio di questa combinazione non è vincolata alla prima recidiva ma si può usare anche dopo più recidive”.

In questo modo si offre alle pazienti un’alternativa sicura ed efficace, soprattutto per quelle forme che non rispondono ai trattamenti standard o per coloro che non li sopportano.

Inoltre consente un recupero dalla tossicità della chemioterapia precedente, rendendo il corpo più sensibile a un trattamento successivo.

Notevole riduzione degli effetti della chemio

“La trabectedina ha la caratteristica unica di non avere una tossicità cumulativa, e questo la differenzia da altri chemioterapici, che vanno sospesi dopo un po’ perché non vengono più sopportati” aggiunge Colombo

“Le terapie convenzionali presentano invece tossicità cumulative e persistenti, come la tipica neurotossicità, piuttosto invalidante perché causa formicolii alle mani e ai piedi, crampi e dolori, difficoltà a percepire il terreno sotto i piedi come se si camminasse su un terreno instabile. L’alternanza della combinazione con trabectedina consente di “smaltire” le tossicità delle terapie precedenti e potrebbe incrementare l’efficacia antitumorale della strategia terapeutica. Inoltre questo trattamento non dà neuropatia e non fa perdere i capelli”.

Sebbene quest’ultimo effetto collaterale in genere venga considerato lieve dal medico, rappresenta un problema per le donne che devono conviverci.

I numeri del tumore all'ovaio

In Italia vivono oltre 45mila donne con diagnosi di tumore dell’ovaio. Oltre il 60% dei casi prevalenti ha affrontato la diagnosi da oltre 5 anni. La proporzione maggiore di casi prevalenti si osserva nella fascia di età 60-74 anni (326/100mila).

E’ un vero e proprio ‘killer silenzioso’, responsabile ogni anno della morte di oltre 140 mila donne in tutto il mondo, oltre 3 mila in Italia. Questo tumore rappresenta circa il 30% di tutti i tumori maligni dell’apparato genitale femminile e occupa il decimo posto tra tutti i tumori nelle donne, con il 3% di tutti i casi.

I tumori germinali dell’ovaio sono diagnosticati per il 40-60% in età̀ inferiore a 20 anni, al contrario quelli epiteliali colpiscono sia le donne in età̀ riproduttiva sia quelle in età̀ avanzata.

I fattori di rischio biomolecolari riguardano le mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2.

L’aggressività̀ e la diagnosi spesso tardiva di questi tumori condizionano la prognosi: il 37% delle donne che hanno contratto un tumore dell’ovaio nella seconda metà degli anni Duemila risultano ancora in vita a 5 anni dalla diagnosi.

© Riproduzione Riservata

Commenti