Salute

Russare aumenta il rischio di sviluppare precocemente l’Alzheimer

Apnee notturne e disturbi respiratori del sonno sono collegati all’insorgenza di declino cognitivo, ma una adeguata cura può ritardarne la comparsa

Woman in bed cross with snoring male partner

Angelo Piemontese

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Se il vostro partner russa come un trombone e avete già provato tutti i rimedi casalinghi per ridurre l’insopportabile frastuono che vi tormenta ogni notte (dai cerotti nasali agli stratagemmi fai da te per fargli cambiare postura nel sonno), forse è il caso di consigliarli una polisonnografia e una visita specialistica per iniziare un trattamento risolutivo.

Perché la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, che accompagna proprio il russamento cronico patologico, non solo provoca seri disturbi quali sonnolenza diurna, ipertensione e stanchezza, ma innalza anche il rischio di ictus e di malattie cardiovascolari.

E un nuovo studio, pubblicato sul numero del 15 aprile della rivista Neurology, mette in guardia anche su un altro pericolo per chi soffre di problemi respiratori notturni: l’insorgenza in età precoce di deterioramento cognitivo lieve e di Alzheimer.

I ricercatori hanno condotto uno studio osservazionale prendendo in esame i dati riguardanti quasi duemilacinquecento persone di età compresa tra i 55 e i 90 anni, sia con sintomi iniziali di declino cognitivo o affetti da Alzheimer sia senza alcun problema legato alla perdita di memoria.

Dai risultati è emerso che i soggetti con sindrome da apnee notturne sviluppano patologie neurodegenerative e legate all’invecchiamento cerebrale circa dieci anni prima di chi invece non manifesta disfunzioni della respirazione notturna.

In questi ultimi il declino cognitivo lieve inizia mediamente intorno ai 90 anni, contro i 77 dei forti russatori. L’Alzheimer invece si manifesta in media con cinque anni d’anticipo: a 83 anni rispetto agli 88 delle persone esenti da disturbi di apnea e roncopatia (il termine medico della patologia di chi russa).

“Negli individui esaminati nello studio che invece risultavano seguire un trattamento contro le apnee notturne la diagnosi di declino cognitivo si è riscontrata all’incirca alla stessa età delle persone senza questo disturbo, a 82 anni anziché 72” afferma il dottor Ricardo Osorio del NYU Langone Medical Center di New York.

Infatti l’utilizzo di un apparecchio per la ventilazione meccanica a pressione positiva delle vie aeree (CPAP, continuous positive airway pressure) sembra rallentare di un decennio la comparsa dei sintomi neurodegenerativi. Il CPAP è una mascherina che si applica al volto collegata da un tubo a un dispositivo che pompa aria compressa: in questo modo la pressione continua d’aria (regolata secondo le esigenze e la patologia del paziente) impedisce l’interruzione della respirazione mentre il soggetto dorme, eliminando apnea e russamenti.

“Il nostro studio non era finalizzato alla ricerca del rapporto causa-effetto tra roncopatia e Alzheimer, però ci ha permesso di scoprire che esiste una relazione tra le patologie e che un trattamento contro le ostruzioni delle vie aeree può posticipare l’eventuale manifestarsi di degenerazioni cerebrali; certo la mancanza di respiro dovuta alle apnee notturne diminuisce ovviamente l’apporto di ossigeno anche al cervello e questo non è sicuramente salutare” dice Osorio, che aggiunge: “Vorremmo proseguire nelle ricerche, per vedere come l’impiego dei CPAP può combattere il declino cognitivo e della memoria e individuare dei marker che indicano il grado di deterioramento delle cellule cerebrali tramite l’analisi dei disturbi respiratori notturni”.

E per chi pensa che russare sia un problema esclusivamente maschile, il neurologo avverte: “dopo i cinquant’anni è un disturbo molto comune, che riguarda il 52% degli uomini e ben il 26% delle donne”.

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