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Salute

Rene policistico: mappate le mutazioni genetiche responsabili della malattia

Grazie a una ricerca dell’IRCCS Ospedale San Raffaele si potrà migliorare la diagnosi e personalizzare le cure

Ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano hanno costruito per la prima volta una mappa che mette in relazione il tipo di mutazione genetica all’aggressività e alla precocità della patologia nota come rene policistico, una delle malattie genetiche più comuni e la prima causa di insufficienza renale al mondo di origine genetica.

In Italia ne soffrono più di sessantamila persone: compare non prima dei 40 anni e si manifesta con la formazione di cisti nei reni, che con il passare del tempo crescono sia di numero sia di dimensione fino a compromettere la funzionalità dell’organo e costringere alla dialisi oltre metà dei pazienti.

Trovate 450 nuove mutazioni

È ormai noto che il rene policistico è dovuto alla presenza di mutazioni nei geni PKD1 (circa l’85% dei casi) o PKD2, ma non tutte le mutazioni sono uguali: a seconda del tipo le istruzioni contenute nel gene possono essere più o meno compromesse, così la malattia si presenta molto eterogenea, inizia a diverse età e peggiora con velocità differenti.

Ecco perché il lavoro appena pubblicato su Scientific Reports e coordinato da Paola Carrera, genetista molecolare e parte del gruppo di ricerca di Maurizio Ferrari, direttore del Laboratorio di Biologia Molecolare Clinica del San Raffaele, è così importante: costituisce un database di informazioni che permetterà di riconoscere le varianti della malattia dal tipo di mutazione, migliorando i test genetici e offrendo terapie personalizzate.

I test genetici sono stati eseguiti su quattrocento persone provenienti da tutta Italia con l’impiego di avanzatissime tecnologie di sequenziamento genetico massivo (il cosiddetto next generation sequencing) in grado di sequenziare pannelli di oltre 5000 geni, tra cui tutti quelli coinvolti nelle malattie renali.

“Il nostro lavoro getta le basi per comprendere meglio la malattia, migliorare i test genetici e indirizzare i pazienti verso strategie di prevenzione e di terapia più efficaci”, spiega Paola Carrera.

Delle 701 mutazioni dei geni PKD1 e PKD2 che lo studio pubblicato associa alla malattia, solo 249 erano già note: 452 sono mutazioni osservate per la prima volta. I ricercatori le hanno classificate in base al grado di patogenicità.

“L’obiettivo finale è costruire dei test genetici che non si limitino solamente a predire il futuro manifestarsi della malattia, ma siano in grado, sulla base del tipo di mutazione genetica riscontrata nel singolo paziente, di fornire indicazioni più dettagliate sull’età d’esordio, l’aggressività della malattia e la capacità di rispondere a determinati trattamenti”.

Trattamenti farmacologici: a che punto sono?

Recentemente è stato approvato il primo farmaco specifico per questa patologia, che andrà a sostituire i farmaci fino ad oggi utilizzati per contenere il dolore cronico associato.

Ma al momento non c’è un trattamento in grado di arrestare il progressivo peggioramento della condizione che può portare a insufficienza renale, dialisi e trapianto dell’organo.

“Di fronte a una malattia al contempo così diffusa e dal meccanismo molecolare così complesso, la ricerca è l’unica via percorribile”.

Per questo, in parallelo al miglioramento dei test genetici e alla personalizzazione delle terapie già disponibili, il San Raffaele sta lavorando a un trial clinico che avrà l’obiettivo di testare la sicurezza di una molecola modificata di zucchero per il trattamento della malattia.

Scoperta dal gruppo di ricerca di Alessandra Boletta, direttrice della Divisione di Genetica e Biologia Cellulare dell’Istituto, la molecola, chiamata 2DG, viene scambiata dalle cellule delle cisti per una normale molecola di zucchero ma una volta processata è capace di rallentarne il metabolismo, frenando il progresso della malattia nel modello animale.

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