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Salute

Quel po’ di stress (cellulare) che allunga la vita

Un lieve stress è salutare per le cellule: la scoperta può aiutare a comprendere i meccanismi delle malattie degenerative

Quale malattia oggi non ha tra i fattori scatenanti o peggiorativi lo stress, fisico o psicologico? Praticamente ogni forma di patologia, sia grave sia passeggera come un mal di stomaco l’annovera tra i fattori scatenati e di rischio. Farne l’elenco richiederebbe riempire almeno due fogli protocollo a quattro pagine.

Eppure, il male del secolo può avere dei risvolti positivi: piccole dosi di stress possono far vivere più a lungo, e in modo più sano, le cellule dell’organismo.

Lo hanno scoperto ricercatori della Northwestern University di Chicago, conducendo studi genetici sul caenorhabditis elegans, un vermetto lungo appena un millimetro ma che ha proprietà cellulari molto simili a quelle umane.

La ricerca, pubblicata il 7 novembre sulla rivista Cell Reports, ha evidenziato che i segnali inviati dai mitocondri (gli organelli delle cellule che le riforniscono di energia) sottoposti a un lieve stress prevengono la perdita della proteostasi, cioè il meccanismo che controlla la sintesi, la conformazione, la degradazione e l’aggregazione delle proteine.

Perché la scoperta è importante

L’alterazione della proteostasi avviene in modo naturale con l’invecchiamento dell’organismo, ed è uno dei fenomeni che contribuisce all’accumulo di proteine danneggiate, meccanismo tipico delle malattie degenerative come Alzheimer, Parkinson, SLA e malattia di Huntington.

Fermare questo processo significa dunque poter ritardare la comparsa di queste patologie, ma anche prevenire altri disturbi, più o meno lievi, legati all’invecchiamento stesso.

Migliore qualità di vita nella vecchiaia

“Il nostro obiettivo non è sviluppare un elisir di lunga vita” spiega Richard Morimoto, uno dei ricercatori firmatari dello studio, ma “una nuova strategia per prevenire o stabilizzare il declino molecolare che avviene con l'avanzare dell'età”.

In soldoni, la ricerca può aiutare a “trovare nuovi trattamenti per incrementare la salute delle cellule, in modo che anche la salute globale delle persone coincida con il crescente allungamento della vita media”.

Vuol dire che si può trovare un modo per trascorrere in buona forma fisica la vecchiaia e non costretti a letto dall’immobilità o disabilità.

Come funziona il meccanismo

“È noto che lo stress prolungato sui mitocondri ha un effetto deleterio, ma noi abbiamo scoperto che se li stressiamo appena un pochino, il segnale che emettono è interpretato dalle cellule come una strategia di sopravvivenza: nei caenorhabditis elegans ciò li ha resi completamente resistenti allo stress e raddoppiato la lunghezza della loro vita”.

E quando i mitocondri funzionano al top, questo si traduce in una maggiore robustezza delle cellule e dei tessuti.

Il fatto che i ricercatori abbiano scelto questo verme per i loro esperimenti non è solo perché l’animale si presta bene agli studi biologici per alcune similitudini genetiche con l’uomo, ma anche per un motivo ben preciso: le sue funzioni riproduttive cominciano appena dodici ore dopo aver raggiunto l’età adulta.

In un precedente studio del 2015, sempre su Cell Reports, Morimoto e il suo team riportavano infatti la scoperta che il declino molecolare dovuto all’invecchiamento inizia proprio con il raggiungimento della maturità riproduttiva, a causa di segnali inviati ai tessuti organici da particolari cellule che si attivano in questa fase della vita.

Che c’è di meglio dunque per condurre ricerche sull’invecchiamento cellulare di un animale che sviluppa la sua fertilità così in fretta e che poi sopravvive appena tre settimane?

Analizzando oltre ventiduemila geni del caenorhabditis elegans gli scienziati hanno identificato quelli che funzionano come una centralina che regola il declino cellulare legato all’avanzare dell'età.

Praticando una leggera attività stressante su questi geni, esponendoli cioè a piccolissime dosi di patogeni e sostanze estranee all’organismo, si è visto che il risultato era una migliore condizione di salute generale in tutto l’animale.

“Quel che abbiamo imparato da questa ricerca è che i segnali inviati dai mitocondri sottoposti a stress moderato sono riconosciuti dall’organismo come un modo per ‘resettarsi’ e quindi vivere più a lungo“ conclude lo scienziato.

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