La fabbrica della cura mentale

È il titolo del libro in cui lo psichiatra Piero Cipriano racconta cos'è, oggi, un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura. E come invece dovrebbe essere.

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Daniela Mattalia

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Un libriccino che sta in una tasca e però pesa come un mattone: perché quello che racconta, il mondo dei «matti da legare» e di come vengono (mal)trattati nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (meglio conosciuti come Spdc) è difficile da dimenticare. E da accettare.

Non sapevamo, prima, che nei reparti degli ospedali dedicati alla malattia psichiatrica la prassi è che i «pazzi» si legano: se sono arrabbiati, problematici, agitati. Non sapevamo che possono restare legati per giorni (per incuranza, dimenticanza, perchè «è meglio così», «perché sì»). È vero, oggi i manicomi non esistono più, ma esistono mura invisibili: e una persona con disturbo mentale rischia di rimanere invischiato in un entrare-uscire-entrare continuo in questi reparti, dove più che curare si trattiene, si somministrano farmaci, si seda, si lega, appunto. Se ora lo sappiamo è perché lo racconta nel saggio "La fabbrica della cura mentale" (Elèuthera, 175 pagine, 14 euro) lo psichiatra e psicoterapeuta Piero Cipriano, che in uno di questi Servizi psichiatrici (a Roma) ci lavora da anni.

Non sapevamo e forse nemmeno ci importava tanto, perché, si sa, i matti sono gli altri, se sono fuori di testa e talvolta violenti mica è colpa nostra, e che devono fare medici e infermieri? Dovrebbero (Cipriano lo fa, non sempre, non quanto vorrebbe, non quanto potrebbe, e la sua è anche un’autocritica) fare come si fa nei pochi centri di psichiatria «a porte aperte» (A Trieste, a Merano, per esempio): qui l’uso della sedazione farmacologica e della forza fisica è l’ultima ratio, non la routine; e, guarda caso, in questi reparti i pazienti, considerati persone da curare e con cui parlare (parole e farmaci, non farmaci e farmaci), anziché macchine scassate da aggiustare, sono meno agitati e violenti rispetto agli altri.

Il libro dello psichiatra «riluttante» (come si autodefinisce Cipriano) si legge d’un fiato. Per quello che rivela, con indignazione, sconforto, rassegnazione, arrabbiato e deluso con gli altri e, spesso, con se stesso. E si legge d’un fiato perché, semplicemente, è scritto benissimo.

Infilarselo in tasca (in fondo, pesa così poco) sarebbe un’ottima idea.

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