Salute

Nella mente dei parenti dei mafiosi

Depressione, ansia, crisi di panico. Sono i sintomi per cui i parenti di boss e pentiti si rivolgono allo psicoterapeuta. Come spiega lo psichiatra Girolamo Lo Verso, che ha raccolto in un libro le storie dei suoi pazienti

Getty Images

"Quando sentiamo un paziente dire: mio padre mi vuol fare ammazzare, noi psichiatri di solito pensiamo a una fantasia paranoide. Ma se quella frase viene pronunciata a Palermo e il paziente è il figlio di un mafioso, può essere tutto assolutamente vero".

Psichiatra e psicoterapeuta, Girolamo Lo Verso è stato il pioniere delle ricerche sulla psiche mafiosa. Cominciò a occuparsene dopo le stragi Falcone e Borsellino. E il suo esempio ha fatto scuola. Vent’anni dopo, nelle Università di Palermo e di Enna, gli studenti si affollano ai corsi di Psicologia del fenomeno mafioso. Sull’argomento si pubblicano tesi di laurea, si moltiplicano studi. Anche perché sempre più spesso figli e figlie o mogli di mafiosi chiedono un aiuto psicologico. I sintomi? Depressione, ansia, crisi di panico.
Ora Lo Verso ha raccolto un campionario di storie nel suo ultimo libro, La mafia in psicoterapia, appena pubblicato dall’editore Franco Angeli. Nulla a che vedere con Terapia e pallottole, film di successo con Robert De Niro nei panni di un boss in crisi. C’è Maria, impiegata, religiosissima, ammiratrice di Giovanni Falcone, che va in crisi quando il padre viene arrestato per complicità con Cosa Nostra. C’è Giacomo, erede di una famiglia mafiosa, diviso tra il desiderio e il terrore di liberarsi dal retaggio familiare. Tutti In treatment, per mutuare la formula di una serie tv ormai di culto.
 

Gli eredi di famiglie di mafia sul lettino: è un fenomeno nuovo?
Comincia, in realtà, dopo le stragi del ’92-’93. Lo Stato reagisce duramente. Si moltiplicano i cosiddetti pentiti. È uno tsunami che squassa le famiglie, il primo che colpisce così potentemente il mondo mafioso. A questo punto i figli entrano in crisi, stanno male. E si rivolgono ai servizi pubblici di psichiatria. Entrano in crisi, per la verità, anche i terapeuti: quei nuovi pazienti vengono affidati ai più giovani, che ne sono sconvolti. A quel punto ho cominciato a occuparmene.
Né killer né boss tra i vostri pazienti. Come si spiega?
Il mafioso non va in terapia. Sono americanate, quelle. Abbiamo fatto una ricerca in tutte le regioni meridionali. Tranne l’esempio di due camorristi e di un boss della ‘ndrangheta, non ci è stato segnalato altro. Piuttosto, i collaboratori di giustizia avvertono spesso il bisogno di un aiuto psicologico, ma è un servizio che non gli viene garantito.
Nel libro si parla anche delle ansie di chi si ribella alla mafia.
Abbiamo fatto un’indagine tra i commercianti di Addio pizzo, l’associazione che si batte contro il racket delle estorsioni. E abbiamo constatato che le fantasie angosciate sono identiche sia per chi viene effettivamente taglieggiato sia per chi ha solo timore di esserlo. La mafia è una cultura, non una semplice associazione criminale: il suo potere non sta tanto nell’uccidere, ma nel timore che suscita.
Per i giovani cresciuti in famiglie di Cosa Nostra, è complicato parlarne a un terapeuta?
Un mio paziente mi ha detto: "A me la mafia fa schifo". Eravamo nel mio studio, soli, ma lui si esprimeva sussurrando. È un indice antropologico: quanto più sei a contatto con questo mondo, tanto più abbassi il tono della voce nel parlarne.
Lei scrive che in famiglia i mafiosi sono a volte padri solleciti, affettuosi. Fa un paragone con i nazisti che gestivano i lager.
Bisogna capire che, nella testa di un killer, l’altro, l’uomo da uccidere, non è umano: eliminarlo è come schiacciare un insetto. Quasi mai i mafiosi sanno chi sia la persona che devono assassinare. Si dice: “mamma comanda, picciotto va e fa”. E quel picciotto agisce come un robot. Dunque, quando torna a casa, può pure giocare con i suoi bambini.

© Riproduzione Riservata

Commenti