Il piatto di plastica è pericoloso?

Alcuni ricercatori suonano l’allarme sui possibili rischi per la salute di imballaggi e contenitori per alimenti

piatto plastica

– Credits: iStockphoto

Chiara Palmerini

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Se la minaccia è reale, di sicuro non sarà facile liberarsene. Quasi tutto il cibo che mangiamo arriva sulle nostre tavole in qualche forma di imballaggio. Se non è confezionato, viene comunque cucinato nelle pentole, o servito nel piatto. Tutto ciò, secondo alcuni ricercatori svizzeri, potrebbe costituire un rischio per la salute. 

Jane Muncke e altri tossicologi ambientali della Food Packaging Forum Foundation , un’organizzazione da poco costituita che si occupa di divulgare la ricerca scientifica sui rischi degli "imballaggi" a contatto con gli alimenti (per la cronaca bisogna anche dire che questo ente riceve finanziamenti dall’industria del vetro), sollevano il problema in un commento sulle pagine del Journal of Epidemiology and Community Health, rivista che appartiene al gruppo dell’autorevole British Medical Journal. In sostanza, dicono i ricercatori, è tempo di guardare in maniera approfondita alla questione dei possibili effetti sulla salute delle sostanze chimiche che possono penetrare dal materiale di imballaggi e contenitori al cibo che vi è contenuto. Gli autori citano come caso analogo quello delle ricerche sul particolato contenuto nell’inquinamento: per anni nessuno si è preoccupato del problema. Quando gli epidemiologi si sono messi a indagare, ci si è accorti delle conseguenze pesanti sulla salute, dall’aumento di malattie cardiovascolari e asma al rischio di tumori. E la ricerca ha permesso anche di capire i meccanismi con cui l’inquinamento agisce sull’organismo.

Potrebbe succedere lo stesso con gli imballaggi? Il problema principale oggi è che non lo sappiamo, anche se gli indizi danno da pensare.

 

Plastiche, lattine, piatti e padelle

I materiali a contatto con il cibo (in gergo tecnicofood contact materials, FMC la sigla) sono nella maggior parte dei casi sono fatti di plastica, o hanno una componente sintetica a diretto contatto con l’alimento. Sono più di 4mila le sostanze ammesse come additivi "indiretti" nei prodotti che toccano i cibi. La formaldeide, accertata sostanza cancerogena, è contenuta in dosi molto basse nelle bottiglie di plastica per le bibite gassate e nelle stoviglie di melamina. Gli ftalati, il cui uso è stato limitato nei giocattoli in plastica morbida dei bambini, sono presenti nelle pellicole per avvolgere gli alimenti. Poi c’è il bisfenolo A, indurente della plastica ormai quasi eliminato dai biberon, ma usato nel rivestimento di lattine e scatolette, dal tonno al pomodoro, ma ceduto anche dalle tubature dell’acqua del rubinetto. Alcuni composti del fluoro sono presenti come additivo nel teflon che riveste le padelle.

Queste sostanze non rimangono inerti, ma possono penetrare all’interno dei prodotti. La "migrazione", come viene chiamata dagli addetti ai lavori, dipende da tanti fattori, dal tempo di conservazione, dalla temperatura (il caldo la accelera), dalle proprietà chimiche del cibo contenuto (a contatto con il grasso penetrano di più). Il fatto sicuro è che tutti siamo esposti a queste sostanze, anche se a livelli molto bassi, e vita natural durante. Ci sono rischi di questa esposizione cronica sulla salute, per gli adulti e soprattutto per gli organismi più vulnerabili, il feto e i bambini piccoli?

 

Ne basta una goccia

Diversi dei composti utilizzati nell’industria del packaging sono noti per essere interferenti endocrini , sostanze che mimano l’azione degli ormoni normalmente presenti nell’organismo e che producono effetti anche a bassissime dosi, normalmente considerate non tossiche. Sono queste una delle categorie su cui si accentra la preoccupazione. "Queste sostanze hanno azioni importanti durante lo sviluppo del feto, nel periodo neonatale e in quello puberale" spiega Paola Palanza, docente all’Università di Parma che fa ricerca sugli interferenti endocrini. "In questi momenti, anche a dosi bassissime, producono un’azione potentissima. Basti pensare che, durante lo sviluppo fetale, la concentrazione sufficiente per produrre effetti è paragonabile a una goccia d’acqua in una piscina olimpionica". Palanza ha condotto ricerche su animali, somministrando alle femmine di topi durante la gravidanza quantità minime di bisfenolo A, ampiamente al di sotto della soglia considerata ammissibile dalla legislazione negli alimenti. "Le femmine adulte non hanno alcun effetto, ma le conseguenze si vedono sulla prole. Sono stati osservate varie anomalie: pubertà anticipata, cambiamenti nei tessuti della ghiandola mammaria e della prostata, effetti sul metabolismo del tessuto adiposo e sul comportamento". Non si tratta di danni clamorosi, e non è chiaro il meccanismo con cui queste sostanze agiscono, ma sembra sempre più evidente che qualcosa succede, e da tempo queste sostanze sono sotto osservazione della comunità internazionale dei ricercatori.

 

Norme sicure e problemi inediti

"La normativa europea che regola la materia degli imballaggi per il cibo è molto strutturate, ed è stata modellata su quella italiana, tra le più avanzate al mondo" osserva Antonello Paparella, presidente del corso di laurea in scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Teramo. Tra l’altro, i produttori stanno agendo anche per conto proprio, eliminando alcuni dei materiali considerati più sospetti, per esempio i composti del fluoro presenti nel teflon come additivo, o i plastificanti nelle pellicole da cucina. E il rischio può nascere anche dal modo in cui questi prodotti vengono usati: le pentole in teflon non andrebbero per esempio sottoposte a temperature oltre i 260°C, e le stoviglie e posate in melanina non devono essere usate nel microonde o per servire zuppe bollenti.

Altro problema può nascere dai materiali che arrivano da paesi extra-europei, piatti, pentole, stoviglie, che non è detto rispettino gli standard della normativa dei paesi dell’Unione (nel 2013, il 58 per cento delle allerte europee riguardava prodotti realizzati in Cina). E, per restare a casa nostra, gli inchiostri. "In pratica non esiste inchiostro idoneo al contatto con gli alimenti" aggiunge Paparella. "Per questo, di solito le stampe negli imballaggi a contatto con il cibo sono racchiuse in uno strato a sandwich che non tocca direttamente l’alimento. Non sempre, però. Specialmente i piccoli fabbricanti non usano questi accorgimenti, e usano inchiostri normali, che contengono prodotti tossici, anche per materiali a contatto con gli alimenti, dalle tovagliette di carta per il vassoio del self-service all’incarto delle patatine fritte al fast-food".

E comunque, in un certo senso, siamo circondati. La formaldeide, per fare un esempio, è presente in molti materiali con i quali siamo continuamente a contatto: parquet, pareti divisorie, pannelli fonoassorbenti, prodotti per capelli, materiali per i quali non esiste una normativa e un sistema di controlli paragonabile a quello sugli imballaggi a contatto col cibo.

È difficile venirne a capo. Come sottolineano gli autori dello studio, non è l’esposizione a una singola sostanza chimica che potrebbe essere pericolosa, ma a centinaia e in modo continuato. Di recente il Parlamento europeo ha invitato la Commissione europea a valutare la sicurezza degli interferenti endocrini nei materiali a contatto con gli alimenti non con gli strumenti della tossicologia, che rilevano problemi solo per tossicità importanti, ma con quelli dell’endocrinologia. Insomma, è difficile pensare a come poter organizzare studi in materia. Queste sostanze non solo sono invisibili ai nostri occhi ma, se non è testato con i metodi giusti, è invisibile anche il danno che potrebbero fare.

 

SuTwitter: @chiarapalmerini

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