PFAS, inquinamento
Salute

Pfas, gli inquinanti che spaventano

I famigerati composti perfluoroalchilici sono praticamente indistruttibili. Ecco dove si trovano e quali sono i possibili danni alla salute

Per quasi tutti erano una sigla sconosciuta, poi i PFAS sono di colpo saliti alla ribalta delle cronache come sostanze inquinanti molto pericolose per la salute, che in Veneto hanno contaminato l’acqua potabile nel territorio di tre province.

Ma che cosa sono? E che cosa si sa dei loro effetti sulla salute?

Indistruttibili

La sigla PFAS sta per composti perfluoroalchilici. Si tratta di sostanze sintetiche prodotte a partire dagli anni Sessanta e progettate con lo scopo preciso di rendere i materiali resistenti all’acqua. Sono utilizzate in molti beni di consumo, come impermeabilizzanti per giacconi e altri capi di vestiario, tappeti, nel rivestimento di pentole antiaderenti e cartoni per gli alimenti, ma anche per usi industriali, nell’arredamento e nella produzione di schiume antincendio.

Nella categoria, che comprende diversi composti, le due sostanze più utilizzate sono state per decine di anni l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e l’acido perfluoroottansulfonico (PFOS), cosiddetti a catena lunga. Poi si è cominciato a limitarne fortemente l’uso, una volta che sono emersi dati sulla loro tossicità per l’ambiente e la salute.

La loro caratteristica è che sono in pratica indistruttibili. “Per gli usi industriali per cui sono stati concepiti funzionano alla perfezione. Il problema è che possono essere considerati gli inquinanti ambientali per eccellenza” osserva Luca Lucentini, direttore del reparto di igiene delle acque interne all’Istituto superiore si sanità. “Se si dovesse malvagiamente progettare una sostanza che duri e si diffonda nell’ambiente e persista il più possibile nell’organismo delle persone, si potrebbe pensare proprio ai PFAS.”

Il caso del Veneto

Il problema è emerso in Veneto nel 2013. Alcune ricerche sperimentali su potenziali inquinanti “emergenti” svolte su incarico del Ministero dell’Ambiente dal Cnr-Irsa di Brugherio (Mb) hanno evidenziato la presenza nelle acque, sia in quelle sotterranee sia in quelle superficiali e anche al rubinetto, di alte concentrazioni di PFAS.

Le zone in cui la contaminazione è risultata più elevata sono 21 comuni nelle province di Vicenza, Padova e Verona, e circa 90mila persone quelle che si considerano sottoposte ai livelli più alti di inquinamento da PFAS. La “colpevole” è stata individuata nella Miteni, un’azienda che, unica in Italia, produce questi composti, e che per almeno un paio di decenni ha sversato dagli scarichi della fabbrica i residui della produzione.

Poche informazioni, e poche regole

Al momento, né in Italia né a livello internazionale, ci sono normative precise che regolamentino i livelli massimi di PFAS cui la popolazione può essere esposta, dato che solo di recente l’esposizione a queste sostanze ha iniziato a essere associata a potenziali pericoli per la salute. I composti non sono neppure compresi tra le sostanze inquinanti classiche per cui si svolgono regolarmente i monitoraggi.

E neppure si sa con certezza se e quali danni provochino all’organismo. “Un problema aggiuntivo nello studio di questi composti da un punto di vista tossicologico è che gli animali ne subiscono gli effetti in modo molto diverso dall’uomo” spiega Lucentini. Topi e ratti, gli animali da laboratorio su cui di solito viene sperimentata la tossicità delle sostanze, li smaltiscono in pochi giorni, mentre nell’uomo l’eliminazione attraverso i reni è molto lenta, in particolar modo per i composti a catena più lunga.

Effetti sulla salute?

Finora, alcune indagini epidemiologiche sui lavoratori esposti hanno evidenziato problemi endocrini, diminuzione della fertilità, aumento del colesterolo. Si pensa che possano influire durante la gravidanza sul feto in crescita, causando alterazioni dello sviluppo. E c’è il sospetto, da studi su animali, che aumentino il rischio di alcuni tipi di tumore. Ci sono però ancora moltissimi aspetti da approfondire. Analizzando la letteratura scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità ha elaborato un parere in cui raccomanda di puntare a ridurre al livello più basso possibile la concentrazione degli inquinanti, prendendo come prima misura utile l’abbandono delle falde contaminate per i fabbisogni di acqua potabile. Attraverso filtri appositi, si può ridurre la loro concentrazione nelle acque che beviamo, ma solo in modo limitato.

Casi analoghi

In Italia la contaminazione del Veneto è dovuta principalmente al fatto che la Miteni, che si trova a Trissino, in provincia di Vicenza, sorge proprio nell’area di ricarica di una falda acquifera che fornisce gli acquedotti di un’area assai vasta. In altre zone d’Italia, per le indagini svolte finora, l’inquinamento da PFAS non risulta essere un problema così diffuso, almeno per le acque del rubinetto. Il Ministero della Salute ha di recente rivisto la normativa sulla qualità delle acque, e un decreto dello scorso giugno ha introdotto i “piani di sicurezza dell’acqua”, come strumenti per tenere sotto controllo i possibile rischi di contaminazione delle acque potabili.

Alcuni casi di contaminazioni importanti da PFAS si sono verificati all’estero. Negli Stati Uniti, l’azienda chimica Dupont ha sversato per anni PFAS nel fiume Ohio dal suo impianto a Parkesburg, in West Virginia. Anche il quel caso i composti hanno contaminato le acque potabili di una vasta zona. La Dupont, contro cui sono state intentate centinaia di azioni legali per danni alla salute, all’inizio di quest’anno ha accettato di pagare risarcimenti per quasi 700 milioni di dollari.

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