Salute

Nanoparticelle anti-Alzheimer, brevetto made in Italy

Alzheimer

– Credits: iStockphoto

Sono particelle che arrivano nel cervello e lo ripuliscono dalla placche di proteina beta-amiloide, la sostanza i cui accumuli nel tessuto cerebrale si ritiene siano all’origine del morbo di Alzheimer.
I ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca le hanno battezzate Amyposomes, e contano di riuscire a trasformarle in un farmaco che si aggiunga allo sguarnito arsenale delle medicine contro questa terribile malattia degenerativa.

Una sfida non da poco, visto che ad oggi, nonostante gli sforzi imponenti della ricerca e i grandi investimenti dell’industria, siamo quasi al desolante punto di partenza in termini di creazione di molecole efficaci nel contrastare il morbo che colpisce ad oggi circa 30 milioni di persone nel mondo, destinate ad aumentare nei prossimi anni.

Risultati promettenti

Per ora si tratta solo di una speranza, visto che le nanoparticelle sono state testate solo in studi su animali, ma i risultati ottenuti finora, all’interno di un progetto di ricerca europeo sull’uso delle nanoparticelle contro le malattie neurodegenerative, sono stati giudicati assai promettenti. Nella sperimentazione sui topi, dopo sole tre settimane di trattamento, queste particelle delle dimensioni di miliardesimi di metro hanno fatto il lavoro di rimuovere le placche di beta amiloide dall'encefalo, e di favorire il loro smaltimento da parte del fegato e della milza. Ancora più importante: l’eliminazione dei depositi a livello cerebrale si è accompagnata a un recupero delle funzioni cognitive da parte degli animali, misurato con test specifici.  

La novità è che con questi studi i ricercatori della Milano-Bicocca cercano di passare direttamente dal laboratorio alla pratica clinica, accorciando il più possibile il passaggio tra la ricerca e il possibile sviluppo di un farmaco. A questo scopo, hanno creato uno spin-off, AmypoPharma, che si è dato delle scadenze precise e sorprendentemente vicine per cercare di raggiungere l’obiettivo: un anno per l’autorizzazione da parte del ministero della Salute e tre per avviare e concludere le due fasi di sperimentazione clinica sull’uomo. Sono circa 14 milioni di euro i fondi stimati per queste scadenze, che il team della Bicocca conta di trovare con l’aiuto della società svizzera Breslin AG, specializzata nella ricerca di fondi da investire in progetti nei campi biotech e salute, puntando anche su finanziatori italiani.

Le azioni della start-up sono detenute al 71 per cento dai docenti e ricercatori di Milano-Bicocca che hanno sviluppato il brevetto, al 19.5 per cento da Breslin. L’Ateneo partecipa con una quota del 5 per cento. Il Ceo è Francesca Re, giovane ricercatrice di biochimica in Bicocca.

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