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Salute

Morto dopo il trapianto di cuore: cosa è andato storto

Deceduto cinque giorni dopo l'intervento. Nanni Costa (Centro nazionale trapianti): "L'organo era perfetto, ma nessun trapianto è senza rischi"

È il 25 agosto del 2016, e a Milano un uomo di 48 anni fa un bagno in piscina e annega.

In ospedale cercano di rianimarlo ma sopraggiunge la morte cerebrale. L'uomo aveva dato in vita il consenso all'espianto degli organi, però si decide di procedere. All'Ospedale San Raffaele di Milano, dove il cuore verrà prelevato, un ecocardiogramma certifica che non ci sono patologie in atto e conferma che il cuore funziona, una coronarografia verifica che non vi sono "lesioni aterosclerotiche stenosanti".

Il trapianto

Il 29 agosto viene accertata la morte cerebrale e l'uomo viene proposto come donatore di organi e tessuti. I dati clinici del paziente vengono messi a disposizione della rete trapiantologica per poter valutare dove mandare gli organi.

Al San Raffaele viene ripetuto un elettrocardiogramma che conferma la buona funzionalità del cuore, che a questo punto può essere espiantato. Nel frattempo a Roma, all'Ospedale San Camillo, un altro uomo, di 61 anni, si prepara a ricevere quel cuore.

Il trapianto viene portato a termine il 30 agosto, ma qualcosa evidentemente va storto, perché cinque giorni dopo l'uomo muore per insufficienza cardiaca.

La denuncia

I familiari sporgono denuncia, la Procura di Roma dispone una consulenza medico-legale in seguito alla quale apre un fascicolo: anche se l'intervento è stato eseguito in modo corretto, il cuore trapiantato per il medico autore della perizia non era sano. Responsabili dell'errore sarebbero i medici del San Raffaele che hanno valutato l'organo come idoneo e compatibile con il paziente di Roma che era in lista di attesa, quando invece non era così.

La risposta del San Raffaele

"Il paziente di 48 anni arrivava al San Raffaele in seguito a una sindrome da annegamento e conseguente arresto cardiaco - si legge in una nota diffusa dall'ospedale milanese - per tale ragione veniva immediatamente valutato per escludere l'infarto miocardico come causa dell'evento. Gli esami strumentali, compresa la coronarografia, escludevano la presenza di patologie cardiache con particolare riferimento alle arterie coronarie.

Come da protocollo, una volta accertata la morte con criteri neurologici e la non opposizione al prelievo di organi a scopo di trapianto, si è provveduto alla trasmissione delle informazioni cliniche al Centro nazionale trapianti. L'ultimo giudizio di idoneità è stato espresso dal chirurgo trapiantatore in sede di prelievo di organo, come previsto dalla procedura nazionale validata dal Cnt".

"Il cuore era sano"

A dichiararlo con forza e determinazione è Francesco Musumeci, direttore della cardiochirurgia del San Camillo di Roma. "L'organo trapiantato non era malato", spiega Musumeci. " Tutto è avvenuto secondo quelli che sono i percorsi standard e tutto è stato fatto con grande attenzione e responsabilità, sia da parte dei medici del San Raffaele sia da quelli del San Camillo". Poi fa diverse ipotesi sulle complicanze che possono aver condotto il paziente sessantenne trapiantato alla morte. "Un rigetto iperacuto, una riposta infiammatoria sistemica, una infezione da endotossina batterica, una sindrome legata ai farmaci per l'anestesia o a seguito di ipertensione polmonare strutturale". Musumeci ricorda che si trattava di un "paziente critico già operato al cuore, più volte ricoverato per scompenso cardiaco e con defibrillatore. L'intervento è andato bene, poi sono intervenute delle complicanze".

La ministra: "Fatto gravissimo"

"Mi sembra uno di quegli errori tragici, ma anche inaccettabili", commenta la ministra della Salute Beatrice Lorenzin ai microfoni di Radio Capital. "E' un fatto gravissimo ma anche singolare per un sistema come quello italiano, con il Centro nazionale trapianti abbiamo procedure di massima sicurezza tra le migliori al mondo. Vedremo se ci sono state delle falle e agiremo di conseguenza".

"Cuore idoneo"

Per capire meglio cosa può essere successo, Panorama.it ha parlato con Alessandro Nanni Costa, Direttore del Centro Nazionale Trapianti. Gli abbiamo chiesto come si fa a definire un cuore idoneo al trapianto. "Il cardiochirurgo valuta la funzionalità e la morfologia del cuore con l'ecocardiografia, che dà misure molto fini a questo riguardo. In questo caso c'era un'ottima funzionalità. Poi si valutano altri esami, per esempio quelli ematochimici, e in particolare il valore della troponina che si alza quando c'è una lesione di tipo ischemico. Qui la troponina era zero. Il chirurgo chiede anche l'arteriografia delle coronarie, e anche quella è risultata assolutamente negativa. Tutti questi esami non sono solo nella cartella del San Camillo, ma anche in quella delle rete trapiantologica che deve garantire la tracciabilità degli organi".

"Ci sono poi", prosegue Nanni Costa, "altri due fattori da tenere in considerazione: quando c'è morte cerebrale in molti casi il cuore ha bisogno di noradrenalina o qualche altro farmaco per sostenere la funzione cardiaca, in questo caso non ce n'è stato bisogno, il cuore funzionava bene da solo. Infine prima dell'espianto il cardiochirurgo fa una valutazione visiva del cuore, lo vede contrarsi e dopo averlo visto dà l'okay e allora si comincia a intervenire anche sul ricevente".

Cosa può andare storto

Di controlli quindi ce ne sono molti, ma funzionano sempre? "Prima di tutto circa il 10% dei cuori trapiantati in Italia sono andati incontro ad arresto cardiaco prima del trapianto nel donatore. Questo non è segno di una grave malattia che ne impedirà il trapianto. Il perito della Procura dice che c'è stato un infarto nel donatore. Io dico che noi non abbiamo nessun segnale per affermare questo. Il fatto che ci sia stato arresto cardiaco non significa che ci sia stato un infarto. In questo caso l'arresto potrebbe essere stato causato dall'annegamento".

"Poi occorre tener conto che in tutto il mondo mortalità nei primi 30 giorni dopo il trapianto può arrivare al 20%, in Italia meno, e la mortalità perioperatoria, nei giorni subito successivi è del 10%. Questi sono pazienti gravi che se non fanno il trapianto muoiono. Si tratta di un intervento salvavita, complesso, che ha dei rischi non solo connessi all'organo ma anche al match paziente-organo. I rischi ci sono anche se è fatto tutto bene, anche se l'organo è idoneo e il paziente è un candidato idoneo. Stiamo parlando di prendere il cuore di un signore e metterlo a un altro signore che è gravemente malato".

"Il nostro lavoro è ridurre al minimo i rischi, eliminare quelli dovuti a errori nelle procedure. Ma azzerare il rischio è impossibile: l'unico trapianto senza rischi è quello che non si fa". Ma il paziente era idoneo per il trapianto? "Il trapianto ha una finestra", spiega Nanni Costa. "Se il paziente è troppo grave, muore nonostante l'organo sia idoneo, quindi il trapianto non si può fare. Se può sopravvivere senza il trapianto allora vuol dire che sta ancora abbastanza bene e non viene messo in lista. Chi valuta la finestra per intervenire è il cardiochirurgo che assegna l'organo a chi ne ha più bisogno in quel momento. Chi riceve un cuore trapiantato ha, senza l'intervento, una prognosi di meno di un anno di vita".

Molti donatori, pochi cuori

Ci sono anche persone che non arrivano a ricevere il cuore di cui hanno un disperato bisogno. "Esiste una mortalità in lista di attesa, muoiono senza che sia stato possibile trovare un cuore attorno al 10% dei pazienti". Del resto ogni anno ci sono più pazienti in attesa di un trapianto che cuori disponibili. "Nel 2016 su circa 1300 donatori, i trapianti di cuore sono stati solo 270", precisa il direttore del Centro nazionale trapianti. "Solo quel ristretto numero evidentemente era idoneo per il trapianto".

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