Marijuana e fame chimica: questione di olfatto

Uno studio europeo rivela che la THC stimola l'appetito potenziando il senso dell'olfatto

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Marta Buonadonna

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E' uno degli effetti più universalmente noti del consumo di marijuana: la fame incontenibile che si scatena dopo aver fumato uno spinello. Per i pazienti inappententi sottoposti a chemioterapia, questo potrebbe essere uno degli "usi terapeutici" della cannabis. Ma come fa il tetraidrocannabinolo (THC) a stimolare l'appetito? Prova a dare una risposta a questa domanda una ricerca appena pubblicata su Nature Neuroscience, condotta da un gruppo di neuroscienziati europei dell'Università di Bordeaux, guidato da Giovanni Marsicano.

Quello che hanno scoperto è che nei topi il THC stimola i recettori del bulbo olfattivo nel cervello, aumentando notevolmente la loro capacità di annusare il cibo e spingendoli a consumarne di più. In sostanza il motivo per cui si è spinti a mangiare di più dopo aver consumato marijuana è che il senso dell'olfatto e del gusto sono potenziati dalla sostanza. I recettori coinvolti nel meccanismo fanno parte del sistema endocannabinoide del nostro cervello, che aiuta a controllare le emozioni, la memoria, la sensibilità al dolore e anche l'appetito.

L'olfatto dei topi, utilizzati in questo tipo di esperimenti neuroscientifici perché presentano moltissime similitudini con l'uomo a livello cognitivo, è stato messo alla prova facendogli annusare olii alla banana e alla mandorla. I topi all'inizio annusavano a lungo le sostanze, poi perdevano interesse, avendo sviluppato un'abitudine olfattiva ai loro odori. I topi a cui era stata somministrata THC, invece, continuavano ad annusare gli olii più a lungo, dimostrando di avere una più sviluppata sensibilità agli odori. Questi stessi topi consumavano anche più mangime quando ne avevano l'opportunità, il che dimostra che il loro appetito era aumentato dalla sostanza.

Ma nello studio sono stati utilizzati anche alcuni topi geneticamente modificati in modo da non avere un tipo di recettore dei cannabinoidi nel bulbo olfattivo. Anche quando veniva loro somministrata la THC, la sostanza su di loro non pareva avere alcun effetto: non mostravano né un olfatto più sviluppato né un appetito più robusto. La cannabis quindi deve la maggior parte del proprio effetto alla manipolazione degli stessi percorsi che il nostro cervello utilizza normalmente per regolare i sensi. Nel caso dello stimolo della fame, la THC imita le sensazioni che proviamo quando abbiamo digiunato.

Lo dimostra l'ultimo esperimento fatto dai neuroscienziati di Bordeaux, che hanno costretto alcuni topi a digiunare per 24 ore e scoperto che questo faceva alzare i livelli di cannabinoidi naturali nel lobo olfattivo. E i topini affamati mostravano una maggiore sensibilità olfattiva, oltre ad avere più fame rispetto agli altri. Ma i topi a cui mancavano i recettori di cannabinoidi, anche dopo il digiuno, non avevano né un olfatto più sviluppato né un appetito più sostenuto. Come la somministrazione di THC possa aiutare pazienti inappetenti è dunque evidente, ma aver svelato il meccanismo con il quale la sostanza agisce potrebbe aprire la strada a terapie anti-obesità che siano in grado di bloccare o invertire questo processo. Diminuendo la sensbilità olfattiva e l'appetito in quanti devono limitare l'introito calorico.

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