Salute

Mammografia, quando il messaggio semplice è quello sbagliato

Nel dibattito scatenato dalle dichiarazioni di Beppe Grillo, non c'è una risposta netta, ma valutazioni complesse da fare su un tema che non ha ancora messo d'accordo gli esperti

Nella foto una mammografia, che ad oggi rappresenta la miglior cura preventiva per i tumori al seno. La pillola potrebbe sostituirla in futuro? Credits: Getty Images

?La mammografia salva la vita?. ?La mammografia non serve?. Con infinite variazioni, il dibattito di questi ultimi due giorni, seguito alle dichiarazioni (poi in parte corrette) di Beppe Grillo, è ruotato intorno a due posizioni apparentemente inconciliabili.

Il punto è che la questione dell'utilità della mammografia, come molte altre di natura medica, non si presta proprio a essere spaccata con l'accetta, come i contendenti in campo anche questa volta tendono a fare. Per come sono state presentati al pubblico, sia la posizione di Grillo sia quella del ministro della salute Beatrice Lorenzin che ha replicato piccata all'attacco del leader del Movimento 5 Stelle sono messaggi ipersemplificati e, in fondo, non corretti.

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Il tasto su cui Grillo ha probabilmente voluto pigiare per fare sensazione è un dibattito tutt'altro che nuovo in ambito medico-scientifico. Da anni gli scienziati, gli epidemiologi, in particolare, dibattono sull'utilità non tanto della mammografia in sé, quanto dello screening mammografico. Sembra una differenza da niente, in realtà non è così. Lo scopo dell'esame è individuare precocemente un tumore del seno, prima che abbia il tempo di dare segno di sé o di essere scoperto, magari con la palpazione, quando è troppo tardi. Se trattato prima ?" questo è il ragionamento alla base degli screening oncologici ?" il tumore avrà meno possibilità di fare danni, e magari portare alla morte. Quantificare però quante donne si salvano grazie alla mammografia, e soprattutto quali donne, a partire da quale età e quanto spesso debbano sottoporsi all'esame per massimizzare il beneficio (e minimizzare i rischi, che ci sono) è quanto gli esperti dibattono.

In teoria la risposta scontata potrebbe essere: tutte le donne, a partire dal momento in cui è noto che esiste un rischio, seppure minimo, di tumore al seno. Invece non è così semplice. Innanzitutto perché, da un punto di vista di salute pubblica, la prevenzione ha dei costi e, quando le risorse sono limitate, è necessario investire sugli interventi che possono dare maggiori risultati. Ma anche considerando la prospettiva meramente individuale, e cioè quella della donna che, a proprie spese e senza pesare sulla spesa sanitaria pubblica, voglia una risposta a queste domande, le cose non sono immediate.

In soldoni, anche tra gli esperti ci sono interpretazioni divergenti degli stessi dati e si assiste a un "vero ping-pong di evidenze sulla mammografia?, come titolava l'anno scorso un post sul blog della rivista Scientific American, che cercava di fornire ai lettori una guida su come orientarsi nella selva di pareri contrastanti e a volte diametralmente opposti sull'utilità degli screening mammografici.

Secondo i dati più accettati, con lo screening mammografico si ottiene una riduzione del rischio di morire di cancro al seno del 15-20 per cento. Ma questa riduzione del rischio va poi calata nella realtà, perché il rischio di partenza per ciascuna donna è diverso (in base all'età, storia familiare e stile di vita), e perché rimane la fondamentale questione di capire come è meglio mirare gli esami per massimizzare i benefici e minimizzare i rischi. C'è innanzitutto un rischio che viene dall'esame in sè, che è fatto di radiazioni, e che secondo alcune stime potrebbe essere di un tumore in più legato alle radiazioni per una donna ogni mille che si sottopongono all'esame. Ma non è solo questo.

Per fare un esempio, uno studio pubblicato l'anno scorso fa il seguente bilancio: su 10mila donne che si sottopongono regolarmente all'esame per 10 anni, a circa 190 verrà diagnosticato un tumore. Cinque di loro si salveranno proprio grazie a questa diagnosi precoce; nonostante il tumore sia stato individuato per tempo, 25 di loro moriranno comunque, mentre 36 andranno incontro a trattamenti non necessari, cioè subiranno cure, anche invasive, per un tumore che probabilmente non avrebbe mai dato segno di sé. Un quadro abbastanza diverso da quello che viene rappresentato comunemente. Il problema, naturalmente, è che non c'è modo di sapere in anticipo chi sarà fra le donne cui la mammografia fa del bene, e chi fra quelle cui fa un danno. A questo c'è da aggiungere poi che molte donne avranno un falso positivo: ansia e spavento per quello che, grazie a successivi accertamenti - ecografia e magari una biopsia - si rivelerà solo un falso allarme.

In conclusione, il numero considerato più attendibile, oggi, è che tra le donne che si sottopongono regolarmente allo screening una su duecento circa si salva dal tumore grazie alla mammografia, rispetto a quelle che non vi si sottopongono.
Il beneficio quindi c'è, ma probabilmente è inferiore rispetto a quello che la maggior parte delle persone tenderebbe a credere. La mammografia, insomma, non è un test infallibile, e il fatto di farla, anche regolarmente, non dà a una donna la garanzia assoluta di evitare la morte per cancro al seno, che è un'altra credenza comune.

Quel che è sicuro, però, è che i messaggi che passano sui media contano, eccome, nel bene e nel male. Quando alla cantante Kylie Minogue fu diagnosticato un cancro al seno, dieci anni fa, e la notizia comparve sui giornali di tutto il mondo, il numero di prenotazioni per le mammografie aumentò del 40 per cento in due settimane in diversi stati australiani. Per questo ha ragione chi teme che dichiarazioni che mettono in dubbio l'utilità dell'esame possano far desistere le donne dal sottoporsi agli screening. Il problema è che un messaggio semplicistico non può essere sostituito da un altro che lo è altrettanto.

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