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Salute

Cosa è successo nel cervello della mamma di Arezzo

Alla ricerca dei meccanismi cerebrali che scattano quando ci si dimentica un figlio in macchina

È successo ancora, in provincia di Arezzo. Questa volta è toccato a una bimba di 18 mesi lasciata in auto sotto il sole per ore dalla madre che l'aveva sistemata addormentata sul sedile posteriore dell'auto ed era andata in ufficio convinta di averla lasciata all'asilo. I precedenti sono parecchi e solo per pochi c'è stato in extremis un lieto fine: qualcuno che si è reso conto della situazione ed è stato in grado di "liberare" il bambino prima che fosse troppo tardi.

Ma cosa succede nella mente di un genitore quando dimentica il proprio figlio in macchina? Lo abbiamo chiesto a Liliana Dell'Osso, Direttore della Clinica Psichiatrica dell'Università di Pisa e Vice Presidente della Società Italiana di Psichiatria.

Quali sono i meccanismi responsabili di un simile gesto?
Dal punto di vista psichiatrico, bisognerebbe innanzi tutto sincerarsi che i vari casi (tanto quello più recente che quelli precedenti) siano effettivamente accomunabili; inoltre, dalle ricostruzioni giornalistiche, non sembra che si possa parlare di disturbi mentali. Dal punto di vista del meccanismo, si è parlato talora, anche in ambito giudiziario, di amnesia dissociativa: ovvero - nei termini della più recente classificazione dei disturbi mentali -, l'incapacità di ricordare importanti informazioni autobiografiche, soprattutto a causa di un trauma o di un forte stress.

Che cosa è che non funziona nel cervello del genitore che dimentica il figlio in auto?
Se accettassimo l'idea di un amnesia dissociativa, si delineerebbe un quadro simile a quei fenomeni di rimozione in quadri sintomatologici post traumatici. Secondo me, questa spiegazione ci mette solo parzialmente sulla strada. L'aspetto più inquietante di questa vicenda, a mio parere, risiede nel fatto che non sembra trattarsi di un fenomeno correlato a quadri di natura psichiatrica, o perlomeno non direttamente. L'idea del “blackout” ci mette sulla buona strada. Da un punto di vista del funzionamento normale, il nostro cervello potenzia i dati contenuti nella memoria di lavoro a breve termine e li rende tracce accessibili a lungo termine. Ma non sempre il processo funziona in modo esatto e preciso. Una traccia può essere presente nella memoria a lungo termine, ma non risultare accessibile al momento giusto, oppure può non essere potenziata a sufficienza e cadere nell'oblio. In questo modello, la dinamica dell'incidente diventa chiara: il compito di portare il bambino nel luogo adatto (in genere l'asilo) non passa dalla memoria di lavoro a quella a lungo termine, o non viene recuperato nel momento giusto. Se, come a volte accade, il bambino dorme sul sedile posteriore, in assenza di stimoli rilevanti, e nell'ambito di una routine consolidata (all'interno della quale la consegna del bambino all'asilo è magari una variazione), lo stimolo può mancare, e la traccia può essere troppo labile per venir recuperata efficientemente.

Siamo abituati a pensare che a una madre non potrebbe mai capitare e in effetti sono più di frequente i padri i protagonisti di questi episodi, ma il genere c'entra o no?
Verrebbe da dire, per fortuna, questi casi sono rari, e una generalizzazione statistica valida non è possibile. Certo, le nostre aspettative vanno in questa direzione. Sospetto tuttavia che altri fattori siano molto più influenti, e il genere è in primo piano: la gravidanza e il parto "plasmano" chimicamente il cervello della futura madre, nel senso di indurre e consolidare forti meccanismi di attaccamento alla prole, con il risultato del comportamento di accudimento. Tutto questo è stato fondamentale per la conservazione della specie.

Quanto conta la routine?
In linea di principio vale e ritengo che l'automatismo abbia un grosso ruolo. Gli automatismi sono processi potenti, e tendono all'invarianza, riproponendosi sempre nello stesso modo. 

Quanto conta lo stress dovuto alle incombenze di una madre che lavora? E quali segnali possono far pensare che una madre apparentemente serena sia invece molto stressata?
Il cervello è un organo, e il suo funzionamento è influenzato in maniera molto forte da una lunga serie di potenziali stressors. Naturalmente, il "veleno" sta nella dose; è possibile che momenti di stress particolarmente intensi possano ridurre l'efficienza e il funzionamento di processi quali l'attenzione e la memoria. Questo dato, tutto sommato, è quasi ovvio. La letteratura scientifica si è molto dedicata alle sindromi da esaurimento lavorativo, anche note come Job Burnout. Si tratta di un quadro serio, che al di là del danneggiamento del funzionamento cognitivo coinvolge anche quadri di depressione e disturbi d'ansia, e ha ricadute sociali. Uno dei primi segnali è probabilmente costituito dalla perdita del sonno, o magari della sua funzione di ristoro a causa di risvegli notturni. Difficile da valutare, ma importante, è anche la flessione del tono dell'umore e l'aumento dell'irritabilità. Bisogna inoltre monitorare l'attenzione, per eventuali deficit, perché la distraibilità è senz'altro un sintomo.

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