Longevità: i 70 sono i nuovi 30

La vita si è davvero allungata solo negli ultimi 200 anni, non per merito dei geni ma di fattori ambientali come acqua pulita e più cibo

Una coppia di anziani (Credit: http://www.flickr.com/photos/67835627@N05)

Marta Buonadonna

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Lo sapevate che la durata di vita un cacciatore-raccoglitore dell'antichità era assai più vicina a quella di uno scimpanzé che a quella di un uomo moderno? E per moderno intendiamo qualcuno vissuto nelle ultime 4 delle oltre 8.000 generazioni che si sono avvicendate sulla terra negli ultimi 6 milioni e mezzo di anni, da quando cioè i cammini evolutivi di uomini e scimpanzé si sono separati.

I ricercatori del tedesco Max Planck Institute, guidati dall'antropologo e biodemografo Oskar Burger , hanno voluto mettere la longevità umana in un contesto evolutivo. Per farlo hanno analizzato i dati riferiti a popolazioni di scimpanzé, di società di cacciatori-raccoglitori che vivono in alcune zone dell'Africa e del Sud America confrontandoli con quelli sulla mortalità di tre paesi: Giappone, Svezia e Francia.

La distanza tra la durata di vita di un uomo che fa parte dei una società primitiva e quella di un giapponese è impressionante: un cacciatore-raccoglitore di 30 anni ha le stesse possibilità di morire nell'anno successivo rispetto a una 72enne giapponese. Ma se si analizzano le serie storiche, come hanno fatto i ricercatori tedeschi, si scopre che la vita dell'uomo ha subito un prodigioso allungamento in tempi sorprendentemente rapidi e recenti: soltanto dopo il 1800.

Per capire qual è stato l'andamento di questo processo basta pensare che l'aspettativa di vita alla nascita di uno svedese nel 1800 era di 32 anni, più o meno la stessa di una persona che vive in una società primitiva. Nel 1900 il neonato svedese medio poteva aspettarsi di arrivare a 52 anni e oggi può tranquillamente toccare gli 82. Negli ultimi 200 anni della nostra storia, quindi, la vita media dell'uomo si è allungata di oltre una volta e mezza, molto più di quanto qualsiasi esperimento di laboratorio sia mai riuscito a fare con vermi, topi e moscerini. Anche avvalendosi di mutazioni genetiche e di restrizione calorica non si è mai arrivati ad aumentare la durata di vita di un animale in laboratorio oltre il 100% (moscerini della frutta).

Cambiamenti così consistenti in tempi così rapidi, concludono gli autori dell'articolo, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, devono essere dovuti a fattori ambientali e non genetici. Una migliore nutrizione, processi di disinfezione che hanno consentito l'accesso ad acqua pulita e, in tempi più recenti, gli avanzamenti della medicina sono da considerarsi i principali responsabili, mentre i cambiamenti nel genoma si accumulano troppo lentamente per poter essere coinvolti in questo progresso.

Cosa possiamo aspettarci per il futuro? Esistono margini per un ulteriore allungamento della vita? Secondo gli autori della ricerca il limite massimo della vita umana non è ancora stato raggiunto e ci sono possibilità di miglioramento. Dal momento che nel recente passato gli uomini sono diventati così bravi a contrastare o rimandare il decadimento fisico che teoricamente dovrebbe accompagnare l'organismo una volta superata l'età riproduttiva, non c'è ragione per credere che, proprio quelle ricerche su moscerini, vermi e topi, non possano aiutarci a spostare il limite ancora più avanti, anche se gli autori non si espongono a dire se si tratti di anni o di decenni.

Ma non mancano i detrattori di questa bella teoria, secondo i quali lo studio escluderebbe di proposito proprio quei dati che ne dimostrano la sostanziale infondatezza. Ovvero, come spiega lo scienziato indipendente S. Jay Olshansky, ricercatore nel ramo della biodemografia, interpellato dal Los Angeles Times, quelli che parlano degli adolescenti americani bianchi che non hanno finito le scuole superiori, che hanno un'aspettativa di vita sensibilmente più corta oggi rispetto al 1990. L'obesità e altri disturbi tipici delle società occidentali starebbero già invertendo quel processo virtuoso innescato dopo la rivoluzione industriale.

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